L'opinione del giorno

Sanremo 2026: il Festival della normalità

Tra polemiche esagerate, qualche guizzo e una vittoria che fa discutere

Di Tommaso Stefanini

Si chiude anche quest’anno il Festival di Sanremo, e lo si fa con una sensazione che ormai conosciamo bene: non è stato un disastro, non è stato un capolavoro. È stato un Festival. Uno di quelli che si collocano esattamente nella media degli ultimi anni, senza crolli verticali né picchi memorabili. Non spicca per qualità delle canzoni, non brilla per regolamento, non rivoluziona la conduzione e nemmeno il vincitore finale, Sal Da Vinci, riesce a dare quell’impressione di evento storico che resta scolpito nella memoria collettiva.

È stato un Festival piatto? In parte sì. Noioso? Non proprio. Ma neanche capace di incollarti allo schermo per pura bellezza artistica. E soprattutto non è la catastrofe inenarrabile che certa critica social ha voluto dipingere. Qui La Divina Cultura prende una posizione controcorrente: siamo nella media, nel bene e nel male. E la media, per definizione, non fa rumore.


La conduzione: ordine, cronometro e qualche passerella

Alla guida ritroviamo Carlo Conti, e si vede. Si vede nel ritmo serrato, nella conduzione telegrafica, nella fissazione quasi liturgica per la scaletta preventiva. Ogni minuto è contato, ogni intervento misurato, ogni deviazione raddrizzata con la rapidità di un controllore ferroviario.

Le critiche sono sempre le stesse: forse troppo frettoloso, forse eccessivamente rapido nel congedare chi saliva sul palco, specialmente gli ospiti. Ma c’è coerenza. Conti viene dalla radio, e si sente. Il tempo è sovrano, e il Festival deve scorrere. Che poi a volte sembri quasi voler spegnere le luci mentre qualcuno sta ancora parlando, è un dettaglio che fa parte del personaggio.

Nel bene e nel male però Carlo Conti è un normalizzatore. Gli affidi la conduzione e la direzione artistica di Sanremo e lui porta a casa la baracca senza voler strafare, ma senza neanche dei colpi di genio clamorosi, come poteva essere il primo Amadeus.

Accanto a lui, Laura Pausini. Affianca bene, tutto sommato. Certo, resta quella vena di egocentrismo che la contraddistingue, quella tendenza a occupare il centro della scena anche quando non sarebbe strettamente necessario. Però non si può dire che sia stata inadeguata o una presenza irritante. Non avrà il piglio di Gianni Morandi o i tempi e l’esperienza televisiva di Fiorello. Ma rispetto ad altre co-conduzioni viste in passato (come quella terrificante di Giorgia nel 2024), il risultato è stato più che dignitoso. E, soprattutto, non è parsa una passerella.

Il problema, semmai, arriva con gli altri volti delle varie serate. Tolta Giorgia Cardinaletti, professionista abituata alla telecamera e alla gestione dei tempi televisivi, gli altri nomi sembrano più scelti per passerella che per competenza. Achille Lauro non ha esperienza di conduzione, e si nota. Irina Shayk fatica con la lingua italiana, e questo in un contesto così esposto pesa. Solo per presentarne due.

Anche gli interventi comici sono stati nella media. Lillo fa abbastanza ridere fintanto che rimane nella sua comfort zone; personalmente apprezzo molto Fabio De Luigi e Virginia Raffaele (anche se la loro presenza era un altra passerella visto che dovevano pubblicizzare il film); non mi dispiace Alessandro Siani; trovo ripetitivo, anche se complessivamente divertente, Nino Frassica.

La sensazione è chiara: più immagine che sostanza. Più evento mondano che costruzione televisiva. Non un disastro, ma neanche un valore aggiunto.


Ospiti: sempre la stessa gente

Normalità è anche la parola più adeguata per descrivere gli ospiti. Tiziano Ferro ed Eros Ramazzotti sono personaggi chiaramente di spicco, senza però essere delle novità assolute. Entrambi sono già stati come ospiti anche negli ultimissimi anni (2020 Tiziano Ferro, 2024 Eros Ramazzotti). Anche qui, niente di nuovo sotto il sole. Molto bella invece la presenza di Alicia Keys, anche se sorprende che, una volta sul palco, duetti con Ramazzotti cantando in italiano. E fallendo miseramente.

In collegamento dalla Costa Toscana c’è invece Max Pezzali. Anche qui, ordinaria amministrazione. Max è sempre piacevole, senza dubbio è un cantante che ha un grandissimo seguito e fa cantare la gente. Però siamo ancora a Come mai e Hanno ucciso l’uomo ragno. Non si riesce ad uscire dal conosciuto.

Decisamente emozionante invece il Premio “Città di Sanremo” alla Carriera per Mogol, vera icona della musica italiana. Quello, nonostante l’assenza di musica suonata, è stato un riconoscimento dovuto ad uno dei parolieri più prolifici del secolo scorso. Molto meno bello – anzi decisamente fastidioso – il Premio “Città di Sanremo” alla Carriera per i Pooh. Questo gruppo è almeno dieci anni che dovrebbe ritirarsi dalle scene, sono veramente esausti. Eppure si esibiscono ancora, tra l’altro cantando i brani in tonalità originale. E purtroppo si sente.


Le canzoni: la mediocrità come cifra stilistica

Dal punto di vista artistico, la parola chiave è una sola: mediocrità. Non nel senso offensivo del termine, ma nel suo significato più letterale. Siamo nel mezzo. Nessun capolavoro, nessuna tragedia. Nessun brano destinato a diventare colonna sonora generazionale. In generale, anche quest’anno, non c’è niente di particolarmente interessante, niente che abbia convinto e niente che abbia potenziale per rimanere nel tempo.

In mezzo a questo panorama uniforme, spicca nettamente Arisa. Il suo 8 in pagella è pienamente meritato: brano bello, scritto bene, composto con intelligenza, arrangiato con cura e soprattutto cantato con quella solidità tecnica che pochi possono vantare. È l’unica vera eccellenza del Festival. Anche se, come gli altri, non so se il brano rimarrà o se, tra due mesi, non ci ricorderemo neanche vagamente il ritornello.

Molto buone anche le prove di Levante, di Enrico Nigiotti e del duo Fedez con Marco Masini. Brani gradevoli, costruiti con mestiere, che si lasciano ascoltare senza fatica e senza imbarazzi. Non rivoluzionari, ma solidi.

Bene anche la power ballad delle Bambole di Pezza, capaci di portare energia e compattezza sul palco. Convincente Raf, sempre professionale, anche se il brano è il solito da trent’anni. Sorprendente Sayf, con un testo di denuncia politica che almeno prova ad andare oltre il romanticismo standardizzato, anche se alla fine potrebbe essere tacciato di qualunquismo.

E poi il resto, non li cito neanche tutti. Molte sufficienze, diversi 5. Francesco Renga appare stanco, quasi svuotato, sinceramente è diventata una presenza troppo consuetudinaria al Festival. Malika Ayane propone un brano che scivola via senza lasciare traccia. Tommaso Paradiso confeziona una ballad prevedibile, già sentita. Ditonellapiaga non convince fino in fondo , anche se “spacca” letteralmente nella serata delle cover insieme a TonyPitony.

Capitolo a parte per Samurai Jay e Luchè. Qui non si parla di mediocrità, ma di insufficienza piena. Brani mal concepiti, presenza scenica debole, costruzione fragile. Voti da 4 senza esitazioni. In un contesto competitivo come Sanremo, non basta esserci. Sinceramente proporsi al Festival con brani del genere, fa veramente riflettere su cosa sia diventato il “bello”.


La finale e la vittoria che divide

In finale arrivano Sal Da Vinci, Sayf, Ditonellapiaga, Arisa e Fedez & Marco Masini. Tutti brani con potenziale radiofonico, qualcuno persino con ambizioni da tormentone.

Ma la vittoria di Sal Da Vinci lascia perplessi. Non è uno scandalo. Non è un errore epocale. È una scelta che non convince. La canzone è molto vecchia, forse troppo, il brano poteva vincere anche vent’anni fa. Classico brano pop/dance, con un testo decisamente banale che ricorda moltissimo, ad esempio, gli esordi di Massimo Ranieri (il riferimento ovvio è a Se bruciasse la città). Certo, cantato discretamente. Ma oggi come oggi si tende a guardare all’intera partecipazione.

Tra i finalisti, meritava Arisa, per qualità complessiva. Avrebbe avuto senso Sayf, per coraggio tematico. Si poteva accettare Ditonellapiaga o il duo Fedez-Masini per equilibrio e resa scenica.

Così invece resta quella sensazione di occasione mancata. Non un disastro, ma un’occasione che poteva essere sfruttata meglio.


Normalità

Sanremo 2026 non passerà alla storia. Non verrà ricordato come il migliore né come il peggiore. È stato un Festival normale in un’epoca che pretende sempre l’eccezionale, nel bene o nel male.

E forse il vero problema è proprio questo: la normalità oggi annoia più della mediocrità.

Nel 2027 al timone è stato scelto Stefano De Martino. E stranamente è stato annunciato direttamente sul palco dell’Ariston durante la finale. L’analisi è troppo lunga da fare in chiusura di articolo, ne riparleremo.

Per ora, all’anno prossimo.

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