Il regista affronta l’Odissea senza rinunciare alla propria idea di cinema. Il risultato non è perfetto come Oppenheimer, ma rimane un film imponente.
Sono servite due visioni per riuscire a mettere davvero a fuoco Odissea. Non perché Christopher Nolan abbia realizzato un film incomprensibile, ma perché, ancora una volta, ha costruito un’opera che chiede allo spettatore di prestare attenzione alla forma oltre che alla storia. Alla seconda visione molte cose acquistano un peso diverso, alcune scelte narrative diventano più leggibili e perfino certi personaggi, inizialmente meno convincenti, trovano una loro collocazione. Alla fine credo di aver raggiunto un equilibrio: Odissea non è il film perfetto che era Oppenheimer, ma è comunque un grande film. E soprattutto è un film profondamente nolaniano.

L’Odissea è ancora l’Odissea
Partiamo dalla cosa più semplice: la storia, alla fine, è quella. Nolan prende il poema omerico e lo trasforma, lo comprime, ne sposta alcuni elementi, ma non ne tradisce l’essenza. È inevitabile che alcuni episodi vengano sacrificati. L’otre dei venti di Eolo, per esempio, viene eliminato. E francamente non credo abbia molto senso accanirsi su ogni omissione rispetto al poema originale: adattare l’Odissea significa necessariamente scegliere cosa raccontare e cosa lasciare fuori.
Se proprio devo trovare un rimpianto, è il trattamento riservato al Ciclope. Mi è mancato l’inganno di Nessuno, uno degli episodi più celebri e più interessanti del poema. Peccato, ma resta un dettaglio.
Anche perché quella prima parte del film corre. Corre parecchio. Il montaggio è fluido, spesso spettacolare, e questa è certamente una qualità. Ma, soprattutto nella prima ora, forse procede persino troppo velocemente. Gli eventi si susseguono con una rapidità che lascia poco tempo per sedimentare ciò che stiamo vedendo.
È una scelta che diventa più comprensibile osservando il film nel suo complesso: Nolan non vuole semplicemente raccontare il viaggio di un uomo che torna a casa. Vuole raccontare il modo in cui quell’uomo ricostruisce, ricorda e soprattutto affronta ciò che gli è accaduto.

Nolan non ti prende per mano
Qui arriviamo al cuore della struttura narrativa. Nolan, come sappiamo, non è un regista particolarmente interessato a prendere lo spettatore per mano e spiegargli tutto. Anche questa volta non fa eccezione. Eppure, per i suoi standard, Odissea è sorprendentemente lineare.
Le linee narrative principali sono sostanzialmente due: da una parte Ulisse e il suo viaggio, dall’altra Itaca, con Penelope, i pretendenti e Telemaco che cerca notizie del padre. A queste si aggiungono naturalmente flashback e flashforward, strumenti che fanno ormai parte del vocabolario cinematografico del regista.
L’intera vicenda, almeno fino a una precisa “deadline” che si comprende bene nel corso del film, è anche un lungo flashback di Ulisse, prigioniero di Calipso. I Fiori di Loto diventano così uno strumento narrativo per lavorare sulla memoria: Ulisse cerca di ricordare la propria storia, mentre noi la ricostruiamo insieme a lui.
Ed è particolarmente interessante che Nolan scelga di mostrare soltanto nel finale, attraverso un toccante dialogo in flashback tra un Ulisse ancora non rivelato e Penelope, la caduta di Troia e i tormenti del protagonista davanti alle razzie compiute dai suoi uomini. È una scelta importante perché cambia retroattivamente il significato di ciò che abbiamo visto: la guerra non è soltanto l’antefatto dell’avventura, ma la ferita dalla quale nasce tutto il resto.
Geniale anche l’utilizzo del flashforward nella sequenza in cui Ulisse va a Pilo per salvare Telemaco dal complotto di Iro. Non sentiamo mai Ulisse avvertire direttamente il figlio di ciò che sta per accadere. Nolan ci mostra invece prima ciò che potrebbe succedere e poi ciò che accade realmente. Lo spettatore viene così messo davanti alla possibilità, prima ancora che alla realtà. È una soluzione narrativa semplice solo in apparenza e straordinariamente efficace.

Uno spettacolo per gli occhi e per le orecchie
Se c’è un settore nel quale Odissea non lascia praticamente spazio alle discussioni è quello tecnico.
Il comparto visivo è monumentale, ma ancora più impressionante è il lavoro sul suono. I rumori del mare, le battaglie, le navi, gli ambienti e soprattutto quei suoni che suggeriscono la presenza degli Dei costruiscono una dimensione quasi fisica del film. Non ci viene semplicemente mostrato un mondo mitologico: ci viene fatto percepire.
È una delle grandi cifre stilistiche di Nolan, che sul sonoro ha costruito una parte fondamentale della propria poetica. Qui, però, il lavoro raggiunge una forza particolare perché il mare, il vento e il rumore delle armi non sono soltanto elementi di atmosfera: diventano parte del racconto.
E poi c’è la questione della CGI. Nolan continua a privilegiare, quando possibile, effetti reali e soluzioni pratiche. Ma, a differenza di altri suoi film, in Odissea non si avverte particolarmente l’esigenza di chiedersi dove finisca la realtà e dove cominci l’effetto digitale. Tutto appare naturale all’interno dell’universo costruito dal regista.
È uno spettacolo per gli occhi e per le orecchie. Magistrale.

I costumi e il problema della fedeltà storica
Sui costumi si è discusso molto, e vale la pena farlo anche qui. No: quelli di Odissea non sono costumi che cercano di riprodurre fedelmente ciò che conosciamo dai reperti micenei. E probabilmente non vogliono neppure farlo.
Alcune scelte richiamano esplicitamente la moda contemporanea. L’armatura nera di Agamennone, interpretato da Benny Safdie, evoca per esempio lo stile surrealista di Elsa Schiaparelli, mentre gli abiti di Anne Hathaway e Lupita Nyong’o reinterpretano il peplo in chiave moderna. Sono scelte che possono essere criticate, soprattutto se si pretende dal film una ricostruzione filologica dell’età micenea. Ma, personalmente, le considero coerenti con il tono generale dell’opera. Nolan non sta realizzando un documentario sulla Grecia dell’età del bronzo. Sta costruendo una mitologia cinematografica.
E Agamennone è forse l’esempio più evidente. Con quell’armatura completamente nera e quella maschera sembra quasi una sorta di Batman dell’età eroica. Ma è proprio questo il punto: funziona.
L’apertura delle porte di Troia, con quella figura nera che si staglia al centro dell’inquadratura, ha una potenza visiva pazzesca. E, se possibile, alla seconda visione quella sequenza gasa ancora di più. È uno di quei momenti nei quali la precisione dell’immagine, il suono e la costruzione scenografica si fondono perfettamente.

Matt Damon convince, straordinaria Anne Hathaway
Il cast merita un discorso a parte, perché è qui che emergono alcune delle differenze più evidenti tra i personaggi.
Matt Damon è un ottimo Ulisse. La sua interpretazione è sobria, autoritaria senza essere sopra le righe, quella di un comandante abituato a prendere decisioni e a essere obbedito. Ma è soprattutto nel secondo volto del personaggio che Damon convince: quello dell’uomo che, una volta tornato a casa, deve fare i conti con ciò che è stato.
Il suo Ulisse è tormentato dalla colpa. Ha mentito, ha sbagliato, non ha saputo rendere degno onore ai propri morti. È un eroe che arriva alla fine del viaggio senza sentirsi realmente vincitore.
Molto convincente anche Anne Hathaway nei panni di Penelope. È madre, regina e donna, ma soprattutto è una donna innamorata di Ulisse, che continua a sognarne il ritorno. In alcuni momenti la caratterizzazione contemporanea del personaggio, soprattutto quando assume posizioni esplicitamente femministe nel confronto con Telemaco, appare forse un po’ forzata. Ma Hathaway riesce comunque a dare a Penelope una dimensione emotiva autentica.

Non convince Holland, pazzesca la crescita di Pattinson
Tom Holland, invece, continua a convincermi poco. Telemaco è un personaggio che cresce nel corso del film e alla seconda visione ho apprezzato maggiormente il percorso che Nolan gli costruisce attorno. Ma Holland resta molto compassato, spesso poco espressivo. Una scelta di casting che non mi ha convinto. È un attore che funziona molto bene nel mondo Marvel: ecco, forse è meglio che rimanga lì.
Diverso il discorso per Robert Pattinson. Antinoo è probabilmente il più antipatico tra i pretendenti di Penelope, ma Pattinson riesce a renderlo credibile senza trasformarlo in una macchietta. Alla seconda visione la sua prova mi è sembrata addirittura migliore della prima. Ed è difficile non notare quanto sia cresciuto questo attore negli ultimi anni, lasciandosi definitivamente alle spalle i ruoli adolescenziali di Twilight.
Poche scene, infine, ma una Zendaya convincente nei panni di Atena.

Un tramonto su Favignana, una delle location del film
Il viaggio verso Ovest: la colpa, la morte e la guerra
Ed eccoci al finale. Qui gli spoiler sono inevitabili, ma questa è una recensione che non ha intenzione di evitarli.
Nolan sceglie di concludere l’epopea con Ulisse che, dopo aver ucciso tutti i pretendenti, abdica in favore di Telemaco e parte con Penelope verso il lontano Ovest. Non è una semplice fuga: è un viaggio di espiazione. Ulisse vuole fare i conti con le proprie colpe e rendere onore ai morti che si è lasciato alle spalle.
Sappiamo che l’Odissea non termina esattamente così. Ma non è questo il punto. La vera domanda è: che cosa vuole raccontare Nolan attraverso Ulisse?
La risposta, almeno in parte, si trova nei temi che il regista ha già affrontato in Oppenheimer. Ancora una volta ritorna la colpa. Se in Oppenheimer era la colpa dell’uomo che aveva contribuito a creare qualcosa capace di cambiare per sempre il mondo, qui è la colpa dell’uomo che ha preso decisioni sbagliate, ha mentito e non è riuscito a rendere il giusto onore ai propri morti.

Una guerra antica, ma attualissima
E poi c’è la morte. Ci sono i morti. C’è l’onore. E soprattutto c’è la guerra.
Nolan racconta una guerra antichissima, ma riesce a farle risuonare un’eco terribilmente contemporanea. La brutalità non cambia perché cambiano le armi, i luoghi o i secoli. Gli uomini continuano a partire, combattere, uccidere e tornare a casa portandosi dietro ciò che hanno fatto.
È forse qui che Odissea trova il proprio significato più profondo. Non nel viaggio dell’eroe che vuole tornare a casa, ma nell’uomo che, una volta tornato, scopre che casa non basta più. Ulisse deve ripartire. Deve andare verso Ovest, verso qualcosa che non conosce, perché il viaggio non è più quello del ritorno: è quello dell’espiazione.
Ed è proprio così che Nolan chiude il cerchio. Dopo aver attraversato il mare, la guerra, la memoria e la morte, Ulisse riparte. Non per conquistare, non per combattere, non per tornare. Ma per provare, finalmente, a convivere con ciò che ha fatto.

Il tema del tempo
Parlando dei grandi temi nolaniani, uno di questi è indubbiamente il tempo, che qui non è solo una coordinata cronologica, ma una prigione psicologica ed emotiva. In Odissea, Nolan dilata e frammenta gli anni del viaggio di Ulisse fino a trasformarli in un limbo febbrile, dove i confini tra realtà e allucinazione si azzerano.
Attraverso espedienti come l’enigmatico movimento dell’astrolabio o l’ambiguo montaggio parallelo nel finale, il regista sembra insinuare nello spettatore il sospetto che l’intero ritorno a Itaca non sia altro che il viaggio mentale di un reduce moribondo. Come già accaduto in Inception o Interstellar, la distorsione temporale diventa lo specchio del trauma del protagonista: un loop infinito in cui la meta agognata e l’Ade interiore finiscono per coincidere, lasciandoci con il dubbio se Ulisse abbia davvero riabbracciato Penelope o se stia solo sognando il suo approdo un istante prima di morire.

Servono due visioni
Non è Oppenheimer, qualche difetto è presente in questa pellicola. Ma è un grande film, ambizioso, visivamente monumentale e pienamente riconoscibile come cinema di Christopher Nolan. Un film che forse non conquista tutto al primo sguardo, ma che alla seconda visione acquista qualcosa di nuovo. E questa, forse, è una delle qualità più belle che si possano chiedere a un’opera cinematografica.