Il furto di Antonello da Messina è l’ennesimo schiaffo a un Paese che pretende di monetizzare il proprio patrimonio mentre risparmia sulla sua tutela.
Il furto delle opere di Antonello da Messina al Museo regionale di Messina è uno scandalo che va ben oltre il gesto criminale. Quattro opere sono state sottratte, due delle quali sono state ritrovate all’esterno del museo. Parliamo di capolavori del Quattrocento, di opere uniche e irripetibili, che appartengono alla storia dell’arte italiana e alla memoria stessa della città.
E c’è un aspetto ancora più inquietante: il rischio che un patrimonio di questo valore venga danneggiato durante un furto, un trasporto clandestino o un abbandono improvvisato. Un dipinto antico non è un oggetto qualunque: supporti lignei, pigmenti, preparazioni e stratificazioni pittoriche sono estremamente vulnerabili. Sottrarre un’opera significa dunque non soltanto privare la collettività della sua fruizione, ma mettere concretamente a rischio la sua conservazione.
Le indagini dovranno chiarire responsabilità e falle nel sistema di sicurezza. Ma sarebbe troppo comodo limitarsi a individuare qualche responsabile e considerare chiusa la questione. Un museo dovrebbe essere il luogo più sicuro possibile per un’opera d’arte. E quando quattro capolavori possono essere portati via, è inevitabile interrogarsi sull’efficienza dell’intero sistema di tutela.
E qui emerge una contraddizione ormai difficile da ignorare.
Da una parte sfruttiamo il patrimonio fino all’ultimo centimetro per alimentare un turismo di massa che, in moltissime città italiane, sta sfuggendo completamente di mano. Dall’altra, quando arriva il momento di finanziare seriamente la tutela, la conservazione, la manutenzione, la sicurezza, il personale specializzato e la ricerca, i soldi sembrano improvvisamente non esserci.
È una dicotomia sconcertante.
Le opere diventano attrazioni, numeri, biglietti, flussi turistici, campagne promozionali. Ma prima di essere una risorsa economica sono beni culturali da conservare e trasmettere alle generazioni future.
E questo dovrebbe essere un principio valido indipendentemente dal governo in carica. Non è una responsabilità che possa essere scaricata interamente sull’attuale maggioranza: da decenni la tutela del patrimonio italiano soffre di una cronica insufficienza di risorse, personale e visione politica. Ci ricordiamo della cultura quando serve a vendere l’immagine dell’Italia nel mondo. Molto meno quando bisogna spendere per proteggerla.
Il caso Antonello dovrebbe ricordarcelo brutalmente: un patrimonio che sfruttiamo senza misura per fare turismo e che poi lasciamo troppo spesso a combattere con carenze strutturali di tutela è un patrimonio che non stiamo valorizzando. Lo stiamo consumando.
E un Antonello da Messina, una volta perduto o irrimediabilmente danneggiato, non lo ricompreremo mai.