Arte e Patrimonio

ANALIZZARE L’OPERA D’ARTE: L’ATTRIBUZIONE

Uno dei passi fondamentali per analizzare una qualunque opera d’arte è stabilire chi l’ha realizzata.

Quando andiamo a una mostra o visitiamo un museo, diamo per scontato che quel dipinto davanti a noi sia davvero di Caravaggio, di Leonardo, di Giotto. Ma come si fa a dire con certezza che un’opera è di un autore e non di un altro? E cosa succede quando non si sa chi l’abbia dipinta? La risposta sta in un campo affascinante e complesso della storia dell’arte: l’attribuzione.

Cosa è l’attribuzione

Attribuire un’opera significa stabilire chi l’ha realizzata. A volte non c’è bisogno di discutere in merito: magari l’opera è firmata e datata, magari ci sono documenti di pagamento o di archivio che la collegano direttamente ad un artista o alla sua bottega, magari le somiglianze stilistiche sono talmente evidenti da non lasciare adito a dubbi.

Non sempre però è semplice: molti dipinti antichi non sono firmati, o sono stati rovinati dal tempo, restaurati male o copiati da altri artisti. Gli storici dell’arte, perciò, diventano una sorta di detective: studiano lo stile, i materiali, i documenti storici, aiutati anche dai moderni strumenti diagnostici come radiografie e riflettografie del dipinto, e cercano di capire chi potrebbe esserne l’autore.

È un argomento che è importante naturalmente per la critica, che grazie all’attribuzione riesce a dare l’artista a un quadro e successivamente riunire insieme i quadri di uno stesso autore per costruire il catalogo dello stesso, che poi, grazie ad un altro elemento di analisi dell’opera, viene datato, cosicché si possa mettere in ordine cronologico i dipinti. Ma tutto parte dall’attribuzione.

Sia chiaro, molti dipinti hanno tutt’oggi un attribuzione che non si è assestata. Ciononostante il dipinto viene analizzato ugualmente. Ovviamente è più facile fare l’analisi, specialmente cronologica e stilistica, se sappiamo con una sufficiente certezza chi è l’autore.

Perchè è così difficile

Uno dei motivi principali è che gli artisti del passato lavoravano spesso in bottega, circondati da allievi che imitavano il loro stile. A volte era il maestro a fare solo alcune parti del quadro, lasciando il resto agli assistenti. Altre volte, dopo la morte di un artista, si continuava a produrre opere “alla maniera di”, per sfruttarne la fama. In questi casi, anche gli esperti possono avere opinioni diverse su chi sia davvero l’autore. A volte non è facile perché alcuni autori tendono ad assomigliarsi a livello stilistico, sia perché citano chi li ha preceduti, sia perché la parabola di ogni artista tende, chi più chi meno, a cambiare nel corso degli anni. Per tracciare un contorno più definito, è opportuno fare alcuni esempi.

La Estasi di Santa Cecilia di Raffaello

Per quanto riguarda la distinzione tra opere della bottega e opere attribuibili alla sola autografia del maestro, un esempio lampante può essere Raffaello. Esso aveva la bottega più organizzata di tutto il Rinascimento. I vari allievi avevano compiti ben precisi all’interno. Tra di questi emerge più di tutti Giulio Romano, che è tra gli allievi raffaelleschi quello che ha la capacità maggiore di inventare, quello che eredita l’intera bottega, che porta a termine le commissioni romane di Raffaello e che poi si trasferirà a Mantova, dove dipingerà, fra le altre cose, la famosa Sala dei Giganti di Palazzo Tè.

Il fatto che l’urbinate avesse una bottega così variopinta, ha anche lo scomodo effetto che, talvolta, non è così facile distinguere le opere della bottega da quelle del maestro, anche perché in fase avanzata di carriera Raffaello usava i collaboratori in maniera massiccia. Un celebre caso sono le Stanze Vaticane a Roma, dove, a mano a mano che le stanze vengono dipinte, cominciano ad emergere le mani degli allievi.

Ma un caso raffaellesco che ancora crea problemi alla critica è quello della Estasi di Santa Cecilia, dipinto della fase matura di Raffaello, oggi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna, che però crea sia problemi di datazione, sia di attribuzione. Il quadro è di concezione raffaellesca, e gran parte del dipinto è di mano del maestro di Urbino. Sul fondo, ai piedi della Santa Cecilia, è possibile ammirare la fantastica natura morta musicale.

Ora, questa natura morta di oggetti, che ad un primo sguardo pare essere il dettaglio più travolgente del dipinto, oltre che il più moderno (ricorda molte nature morte seicentesche), nella bibliografia sulla Santa Cecilia ha delle attenzioni particolari. Si trova difatti spesso ripetuta l’osservazione che fa Giorgio Vasari ne Le Vite, che, descrivendo questo quadro, e soffermandosi sulla natura morta musicale, dice che questa non fu dipinta da Raffaello ma che egli la fece realizzare Giovanni da Udine, un allievo e componente della sua bottega. Questo pittore settentrionale aveva avuto, prima di arrivare a Roma ed entrare nella bottega raffaellesca, una “preistoria” giorgionesca e tizianesca, e dunque gli venne demandata l’esecuzione della natura morte in quanto egli era più bravo a rappresentare le cose vere, naturali e della vita di tutti i giorni. Tutt’oggi la critica discute e non si è arrivati a una attribuzione definitiva.

Il Salvator Mundi (in copertina), di un allievo di Leonardo

Un altro caso celebre è quello del Salvator Mundi, attribuito inizialmente a Leonardo da Vinci, nella realtà in dubbio tra la mano leonardesca e quelle generiche degli allievi della sua bottega. L’opera sarebbe stata realizzata da Leonardo tra il 1505 e il 1515, prima che il genio fiorentino lasciasse Milano. In ogni caso, da dopo il 1515 si sono completamente perse le tracce del dipinto, noto solamente da copie dall’originale e da stampe. Il dipinto riemerge nel 2010, e dopo accurati studi e quattro diverse analisi, viene ufficialmente attribuito a Leonardo da Vinci, restaurato ed esposto alla mostra monografica della National Gallery di Londra.

I dubbi però permangono. Carlo Pedretti, storico dell’arte e grandissimo leonardista, ha negato che sia un autografo e lo ha attribuito alla bottega. Nonostante i dubbi, il dipinto è stato venduto all’asta per 450 milioni di dollari nel 2017, diventando l’opera più costosa mai acquistata da un privato. Che privato? Il principe Badr bin Abd Allah Al Saud, che agiva per conto del Dipartimento della Cultura e del Turismo di Abu Dhabi, rappresentando di fatto il governo degli Emirati Arabi Uniti. Recentemente, il dipinto è stato tolto dal catalogo di Leonardo e riattribuito ad un anonimo leonardesco, facente sicuramente parte della sua bottega.

Il caso del Salvator Mundi, ha fatto enorme scalpore perché il principe arabo, non curandosi di capire se fosse davvero un autografo o meno, spese una cifra spropositata per un opera che oggi varrebbe poche decine di milioni. Doveva essere il capolavoro del Louvre di Abu Dhabi e invece oggi non è esposto e se ne sono perse nuovamente le tracce. Fa rabbia anche il fatto che per una operazione politica malriuscita, non è possibile studiare meglio un dipinto che avrebbe un gran bisogno di essere approfondito. Peccato.

Il Baccanale di Bombay: Dosso Dossi?

Per quanto riguarda il terzo esempio che voglio fare, prenderò in esame un opera poco conosciuta, che probabilmente molti non conosceranno. Sto parlando del Baccanale di Bombay, un dipinto che oggi è in dubbio tra l’attribuzione ad un giovane Dosso Dossi – il più importante e noto pittore presente alla corte di Alfonso I d’Este a Ferrara nel Cinquecento – ed un anonimo ferrarese dossesco. Il dipinto è emerso tra il 1999 e il 2000, quando alcuni studiosi italiani individuarono in India questa tela e ci videro forti affinità stilistiche con il Dosso giovanile. Sin dalla scoperta, l’opera ha sollevato numerose perplessità.

Il principale ostacolo all’attribuzione è lo stato di conservazione, gravemente compromesso da ridipinture, lacune e restauri invasivi, che rendono difficile una valutazione stilistica attendibile. Proprio sul piano formale, il dipinto mostra strette analogie con il “gruppo Longhi”, un insieme di opere che Roberto Longhi ha usato per ricostruire gli esordi pittorici di Dosso ma oggi generalmente escluso dal catalogo del pittore e ricondotto a un anonimo ferrarese dossesco.

Dal punto di vista iconografico, tuttavia, il dipinto si inserirebbe perfettamente nel programma del Camerino di Alfonso d’Este, dedicato da un lato al ciclo dell’Eneide, dall’altro ad un ciclo bacchico affidato ai maggiori pittori del tempo (Tiziano, Dosso Dossi, Fra Bartolomeo, Raffaello e forse Michelangelo). Secondo Vincenzo Farinella – ordinario di Storia dell’Arte Moderna all’Università di Pisa – la scena rappresenterebbe non l’arrivo di Bacco a Nasso, ma il Trionfo di Bacco e la sua partenza per la spedizione in India, episodio centrale del mito.

L’assenza di indagini tecniche approfondite e le ambiguità stilistiche mantengono la questione aperta: il dipinto resta diviso tra un’attribuzione a Dosso Dossi e l’ipotesi di un prodotto ferrarese degli anni Venti del Cinquecento, influenzato dai Baccanali di Tiziano. Un esempio emblematico di attribuzione sospesa, in cui il contesto iconografico non basta a risolvere il problema dell’autore.

L’amore per l’attribuzione

Non è solo una questione di soldi, anche se il valore di un’opera può cambiare radicalmente a seconda del nome dell’autore. Capire chi ha dipinto un quadro ci aiuta a conoscere meglio l’arte, la storia, il contesto culturale in cui è nato. Il più grande attributore della storia dell’arte recente è senza dubbio Roberto Longhi, storico e critico d’arte tra i più importanti nel Novecento. Aveva un occhio veramente straordinario e ha cambiato moltissime attribuzioni nel corso della sua carriera. Come si diceva in apertura, capire l’autore ci aiuta successivamente a valutare tutti gli altri aspetti, specialmente la committenza e la datazione. Ogni attribuzione è una porta che si apre su un mondo. Naturalmente ci sono casi dove l’attribuzione non si assesta, e probabilmente non si assesterà mai.

Ma ci sono anche casi in cui si collegano dipinti a una stessa mano, ma a questa mano non si riesce a dare un nome, per mancanza di documentazione. In questo caso la critica mette un nome fittizio, generico, per avere comunque un riferimento. È il caso del Maestro della Pala Sforzesca, autore dell’omonimo dipinto, di gusto vicino a Leonardo da Vinci e attorno al quale la critica ha messo insieme un altro gruppo di opere. Si può dire lo stesso del meno conosciuto Maestro della Maddalena Assunta, un pittore ferrarese di inizio Cinquecento, stilisticamente arcaizzante e legato al Quattrocento, autore della Maddalena Assunta della Pinacoteca di Ferrara e anche di altre opere ricollegabili alla sua mano. Il nome reale di questo artista resta nell’ombra.

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