Arte e Patrimonio

Camposanto monumentale di Pisa, il capolavoro di Piazza dei Miracoli

Tra affreschi medievali e architetture, il Camposanto resta il luogo più dimenticato di Piazza dei Miracoli.

Di Tommaso Stefanini

Nel margine settentrionale di Piazza dei Miracoli si trova uno degli spazi più straordinari e insieme più sottovalutati dell’intero patrimonio artistico italiano: il Camposanto monumentale Pisa. Un edificio che, a tutti gli effetti, può essere considerato uno dei vertici assoluti dell’arte medievale e proto-rinascimentale in Italia, e uno dei luoghi più intensi della Toscana dal punto di vista storico e figurativo.

Eppure, per il visitatore contemporaneo, il Camposanto resta spesso un passaggio secondario: una soglia marginale tra il Battistero e il Duomo, schiacciato dall’immaginario turistico che concentra quasi tutta l’attenzione sulla fotografia “iconica” con la mano sollevata verso il Campanile del Duomo di Pisa. Il gesto ripetuto milioni di volte ha finito per “oscurare” ciò che, a pochi metri di distanza, rappresenta uno dei cicli pittorici più importanti d’Europa.

Veduta del parco e delle arcate del Camposanto Moumentale

Un cantiere pittorico tra Trecento e Quattrocento

La decorazione del Camposanto prende avvio nel pieno del XIV secolo, quando Pisa affida le sue pareti interne a una generazione di pittori che contribuiscono a definire il linguaggio figurativo tra Gotico e pre-Umanesimo.

Tra i primi interventi spicca il ciclo attribuito a Francesco Traini, attivo tra Pisa e Bologna e legato a una cultura figurativa ancora fortemente dominata dall’eredità giottesca ma già sensibile a nuove tensioni espressive. A lui (o alla sua bottega) è tradizionalmente associata la celebre Crocifissione, una delle prime grandi immagini del ciclo.

Poco dopo, il Camposanto diventa il teatro di una delle opere più potenti del Medioevo europeo: il Trionfo della Morte, attribuito dalla critica tra gli altri a Buonamico Buffalmacco. Qui la pittura abbandona ogni tono didascalico per farsi visione drammatica: la morte come forza ineluttabile, il mondo aristocratico e cortese rovesciato in una scena di rovina universale. È un’immagine che nasce anche nel clima psicologico successivo alla peste del 1348, quando la cultura figurativa europea cambia radicalmente tono e struttura narrativa.

Oggi è possibile ammirarlo come lo vedete qui in basso, dopo il faticoso restauro concluso nel 2017.

Buffalmacco; Trionfo della Morte, 1336-1341, affresco (buon fresco), Camposanto Monumentale di Pisa

Altri interventi

Nel corso del Quattrocento il ciclo si amplia ulteriormente con artisti come Benozzo Gozzoli, che porta nel Camposanto una nuova sensibilità narrativa e cromatica, ormai pienamente rinascimentale. Accanto a lui intervengono maestri come Andrea Bonaiuti, Spinello Aretino e Taddeo Gaddi, componendo un vero e proprio “museo della pittura murale” ante litteram, dove convivono più generazioni e linguaggi.

Il risultato è un insieme senza equivalenti: un ciclo monumentale che copriva originariamente migliaia di metri quadrati, probabilmente superiore per estensione anche alla Cappella Sistina.

La guerra, la distruzione e la scoperta delle sinopie

La storia del Camposanto subisce una frattura decisiva nel 1944, quando un colpo di artiglieria durante la Seconda guerra mondiale provoca un incendio devastante che compromette gravemente gli affreschi. Le pitture si staccano, si deformano, si perdono in larga parte: ciò che era uno dei più grandi cicli pittorici medievali sopravvissuti diventa un campo di rovine.

Eppure proprio da questa distruzione nasce una scoperta fondamentale per la storia dell’arte: le sinopie, cioè i disegni preparatori degli affreschi, realizzati direttamente sull’intonaco prima della stesura del colore. Durante le operazioni di restauro e distacco, questi “disegni invisibili” vengono alla luce con una chiarezza sorprendente, restituendo la fase mentale e progettuale degli artisti. Il primo restauro si chiuse nel 1960, ma già dopo vent’anni, all’inizio degli anni Ottanta, alcuni cominciarono a notare un deterioramento preoccupante. Venne iniziata dunque una nuova campagna di restauri. L’ultimo si è concluso nel 2017, con il Trionfo della Morte nello stato più completo possibile.

Oggi una parte di queste testimonianze è conservata nel vicino Museo delle Sinopie, che permette di osservare non più soltanto l’immagine finita, ma il processo creativo stesso: il pensiero che diventa pittura.

Il paradosso del turista contemporaneo

Il Camposanto resta così un luogo paradossale. Da un lato è uno degli spazi più alti della cultura figurativa europea tra Medioevo e Rinascimento; dall’altro è uno degli edifici meno visitati e meno compresi della piazza.

Il turismo contemporaneo, attratto dalla ritualità immediata e ripetibile dell’immagine, preferisce la posa davanti al Campanile del Duomo. Il Camposanto, invece, richiede tempo, silenzio e una disposizione diversa dello sguardo: non la conferma di un’icona, ma l’incontro con una stratificazione storica e artistica complessa, dove la pittura non è decorazione ma pensiero visivo sulla morte, sulla memoria e sulla città.

Ed è forse proprio questa difficoltà a renderlo uno dei luoghi più autentici – e più necessari – dell’intera Piazza dei Miracoli

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