Storia e memoria

la Resistenza e il suo momento più duro: Il “proclama Alexander”.

Tra l’armistizio e l’occupazione fascista: la Resistenza vive un difficile inverno: il “proclama Alexander” e il rischio di sentirsi soli

Nel cuore della memoria italiana, la Festa della Liberazione non è solo una ricorrenza: è una presa di posizione storica, civile e morale. Scrivere oggi del proclama Alexander significa tornare a uno dei momenti più duri e controversi di quella lotta partigiana, dentro una guerra che non fu soltanto militare, ma profondamente politica: una guerra, quella della Resistenza, contro il nazismo e il fascismo, due sistemi costruiti sulla negazione della libertà, sulla repressione e sulla violenza sistematica.


Il contesto: il crollo del regime fascista

Nel 1943, il regime di Benito Mussolini mostra crepe ormai insanabili. A luglio, mentre le città italiane sono colpite dai bombardamenti alleati – Roma inclusa – e le truppe anglo-americane sbarcano in Sicilia, il consenso interno al fascismo si sgretola. Il Gran Consiglio del Fascismo approva l’ordine del giorno Grandi, un atto che di fatto sfiducia il Duce.

Il re Vittorio Emanuele III interviene direttamente: revoca Mussolini, lo fa arrestare e affida il governo al maresciallo Pietro Badoglio. Ufficialmente, nulla cambia: l’Italia resta alleata della Germania nazista. In realtà, il nuovo governo avvia trattative segrete con gli Alleati per uscire dal conflitto. Nel mentre in Italia il popolo è in festa: la caduta di Mussolini viene percepita come la premessa alla fine della guerra.

Quando l’armistizio viene annunciato l’8 settembre 1943, il paese precipita nel caos. Le forze armate vengono abbandonate a sé stesse: nessun piano, nessun ordine chiaro. Il re e Badoglio – compreso che l’immediata presa di Roma alleata è impossibile e che dunque saranno i nazisti ad arrivare per primi – fuggono verso Brindisi, lasciando l’esercito senza guida. È uno dei momenti più drammatici della storia nazionale.


L’occupazione nazista e la nascita della Resistenza

La reazione della Germania di Adolf Hitler è immediata: l’Italia viene occupata militarmente. Nel Nord nasce la Repubblica Sociale Italiana, uno stato fantoccio che riporta Mussolini – nel mentre liberato dai tedeschi dalla prigionia sul Gran Sasso – al potere sotto tutela nazista.

È in questo scenario che prende forma la Resistenza. Donne e uomini di ogni estrazione sociale – operai, contadini, studenti, militari sbandati – scelgono di opporsi. Nel 1945, i partigiani saranno quasi 200.000.

Le loro azioni sono tutt’altro che simboliche: guerriglia, sabotaggi, attacchi mirati contro truppe tedesche e reparti fascisti repubblicani. Combattono contro un nemico militarmente superiore, ma anche contro un’idea: quella di uno Stato autoritario fondato sulla paura. La Resistenza è, fin dall’inizio, dichiaratamente antifascista, perché il fascismo e il nazismo negano alla radice ogni libertà politica e civile.

L’inverno del 1944 e il “proclama Alexander”

L’inverno tra il 1944 e il 1945 è il momento più difficile per la Resistenza. Il fronte si è fermato lungo la Linea Gotica; gli Alleati avanzano lentamente e il Nord resta sotto controllo nazista. Le condizioni sono durissime: freddo, scarsità di armi e viveri, isolamento crescente.

In questo contesto, il 13 novembre 1944, il generale britannico Harold Alexander, comandante delle forze alleate in Italia, lancia via radio il cosiddetto “proclama Alexander” (qui il testo completo). Il messaggio invita i partigiani a sospendere le operazioni su larga scala e a mettersi in posizione difensiva per affrontare l’inverno.

È importante chiarirlo: Alexander non intendeva “tagliare le gambe” alla Resistenza né abbandonarla. La sua era una valutazione strettamente militare. Con il fronte bloccato e senza la possibilità di un’immediata avanzata alleata, continuare operazioni offensive su larga scala avrebbe esposto i partigiani a perdite gravissime e, in molti casi, inutili. L’obiettivo era preservare le forze in vista della ripresa delle operazioni in primavera, la definitiva “spallata” ai tedeschi che avrebbe liberato l’Italia.


La ricezione del proclama: un momento di crisi della Resistenza

Tuttavia, il modo in cui il messaggio fu recepito sul terreno fu molto diverso.

Per molti partigiani, già isolati e sotto pressione, quel proclama suonò come un invito a fermarsi senza reali garanzie. Alcuni lo interpretarono come un segnale di disimpegno alleato. In un momento di estrema vulnerabilità, l’effetto psicologico fu pesante: senso di abbandono, incertezza, disorientamento.

Nel frattempo, la repressione nazifascista non si fermò affatto. Anzi, si intensificò: rastrellamenti, torture, stragi di civili e combattenti. L’inverno 1944-45 fu durissimo, forse il momento in cui la Resistenza rischiò di cedere.

Eppure, non cedette.


Resistere, nonostante tutto

Molte formazioni partigiane, pur adattandosi alle indicazioni alleate, continuarono a operare. Ridussero le azioni più esposte, si riorganizzarono, mantennero viva la rete clandestina. Fu una prova di resistenza non solo militare, ma morale e politica.

Perché la Resistenza non era semplicemente una componente della strategia alleata: era una scelta autonoma, nata dal rifiuto del fascismo e del nazismo. Era la volontà di costruire un’Italia diversa. I partigiani si erano dati un comando, il CNL (Comitato di Liberazione Nazionale), e le formazioni si organizzavano in base al partito. La Resistenza significò anche la rinascita dei partiti, il ritorno in Italia degli esuli (come Palmiro Togliatti) e la ricomparsa del pluralismo.


Verso la Liberazione

Quando nella primavera del 1945 gli Alleati ripresero l’offensiva, i partigiani furono pronti. Le insurrezioni nel Nord Italia accelerarono la fine dell’occupazione. Il 25 aprile divenne il simbolo di quella vittoria collettiva.

Rileggere oggi il proclama Alexander significa coglierne la complessità: da un lato una decisione militare volta a evitare sacrifici inutili, dall’altro un passaggio difficile che mise alla prova la fiducia tra Resistenza e Alleati.

Ma soprattutto significa riconoscere che, nonostante incomprensioni e difficoltà, la scelta antifascista dei partigiani non venne meno. Ed è questa scelta che continua a dare senso alla Liberazione.

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