Letteratura

Stefano Benni e Bar Sport: quando lettura diventa spasso

Il grande classico di Stefano Benni: un libro anche per gli adolescenti per ridere di situazioni comuni

Siamo tutti stati nella noiosa situazione, a scuola, di dover leggere dei libri per le vacanze. I professori più bravi ti facevano scegliere da una lista. Alcuni invece te li davano obbligatori. I grandi classici sono sempre gli stessi: Se questo è un uomo, Il fu Mattia Pascal, i libri di Italo Calvino… Non si sta dicendo che non siano letture appassionanti e istruttive. Ma quante possibilità ha un ragazzo delle superiori, o peggio ancora un ragazzino delle medie, di appassionarsi alla lettura se gli si consegnano in mano opere del genere?

Durante uno dei suoi anni scolastici – dovevano essere le scuole medie – a mia madre venne dato da leggere questo libro: Bar Sport di Stefano Benni, uscito per Mondadori nel 1976. Il suo professore di Italiano glielo diede con questo commento: “Vi do questo libro, perché voglio farvi capire che la lettura può essere anche una cosa divertente”. Aveva ragione: questa è un opera fulminante, uno spasso assoluto. Ci venne girato anche un film, dallo stesso titolo, uscito nel 2011.

Naturalmente va fatto uno sforzo di immedesimazione: chi ha l’età dei miei genitori, ovvero è nato tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, avrà pochi problemi a cogliere le sfumature ironiche del libro. Gli altri probabilmente faranno un po’ fatica, perché il libro tratta quell’epoca e quella cultura italiana della metà degli anni Settanta, ma vi assicuro che lo troverete estremamente esilarante anche se siete della mia generazione (1999)


Di cosa parla questo libro?

Potrebbe essere la domanda più difficile alla quale rispondere in questo articolo. Non è un romanzo, non è neanche un opera di formazione. E’ nella realtà delle cose una descrizione esagerata e stereotipica di un tipico bar di provincia, il Bar Sport. Al suo interno troviamo tutto quello in cui è possibile imbattersi nel locale. Abbiamo le attrazioni, come il flipper (con i numeri falsi dei record incisi sopra), i giochi di carte (spassosissimi quanto deformati), il telefono a gettoni (con tutti gli avventori che si approcciano).

Abbiamo gli avventori del bar come il tennico, ovvero colui il quale passa l’intera giornata al bar, il bambino del gelato, il nonno da bar… Infine tutto il libro è condito da racconti, storie, personaggi, oggetti… tutto ciò che ha a che fare col bar o gira attorno al bar.


La Luisona

L’apertura del libro è già di per sè un manifesto del tipo di comicità che contraddistingue Stefano Benni: esagerata, stereotipica e condita da una buona dose di satira. La Luisona non è altro che una pasta di quelle che si trovano “esposte” nei banconi dei bar. Secondo Benni questi dolci sono “ornamentali”, ovvero semplici opere di scultura fatte per stare in esposizione, senza essere mai mangiate. Al punto che gli avventori del bar cominciano ad affezionarsi alle medesime e a dargli anche dei soprannomi. Da cui la Luisona. Un giorno un facoltoso signore di Milano pretende di mangiare e ordina proprio lei. Nel bar si sparge la voce: “Hanno mangiato la Luisona“. L’avventore stesso viene poi trovato in un Autogrill, “in preda ad atroci dolori”.

Questo già da la misura di quello che troveremo nell’opera. Benni sceglie volutamente di rendere stereotipiche certe dinamiche. Ma chi (come il sottoscritto) è cresciuto in provincia e ha frequentato questo tipo di bar, non farà fatica, tolta la patina di deformazione con cui Benni racconta, a rivedere davvero tutti i meccanismi tipici di un bar come il Bar Sport. Che tra l’altro è un nome estremamente comune in Italia.


Oltre al bar

E’ solo la descrizione di un Bar? A ben vedere forse no. In realtà pare evidente che sia anche uno spaccato degli anni Settanta italiani. Il periodo delle Brigate Rosse, del terrorismo politico e della paura degli attentati. Ma anche de “disgelo” e di un primo avvicinamento tra le due potenze di allora, Stati Uniti e Unione Sovietica, che nel 1962 erano arrivate ad un passo dalla guerra nucleare. Il bar recepisce questo clima ma lo filtra. E soprattutto lo commenta.

Il bar è rappresentazione della provincia. Ma una provincia che sta scomparendo. Non è più contadina e rurale ma neanche ha abbracciato definitivamente la modernità. Inoltre gli anni Settanta sono il periodo in cui si comincia a percepire che il Boom economico sta finendo. Comincia la parabola discendente della politica. Non è ancora povertà, ma di certo è finita l’euforia e l’ottimismo degli anni Cinquanta e Sessanta.

Allora più di oggi il bar è centro di informazioni. E’ agenzia di stampa, è centro scommesse, è salotto politico ed è club sportivo. Ancora per molto tempo il giornale rosa, la Gazzetta dello Sport, trova il suo posto nell’angolo del bar.

Quello che emerge con chiarezza dalle pagine di Bar Sport è anche una certa cultura di socialità. Il bar è un luogo dove regna il maschilismo. E’ una comunità chiusa, con una forte identità locale. Un posto che vive della mitizzazione di piccole imprese sportive o personali e di racconti ingigantiti fino al grottesco. Il Tennico, la Luisona, le leggende da bar: non sono invenzioni assurde. Sono deformazioni di un modo reale di stare insieme.

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