Il successo senza precedenti di Ultimo costringe anche i più scettici a togliersi il cappello davanti ai numeri
Di Tommaso Stefanini
Diciamolo subito, senza troppi giri di parole: a me la musica di Ultimo non fa impazzire. Certo, qualche sua canzone la ascolto volentieri se passa alla radio, gli riconosco una bella voce e alcuni brani davvero riusciti, ma non è un artista che finisce spesso nelle mie playlist. Eppure, davanti a quello che è successo ieri sera, i gusti personali passano inevitabilmente in secondo piano.
Perché qui non stiamo parlando semplicemente di un cantante che vende tanti dischi o riempie gli stadi. Stiamo parlando di un fenomeno che, piaccia o no, ha appena scritto una pagina della storia della musica italiana.
La notte che ha riscritto i record
Sabato 4 luglio Tor Vergata, a Roma, si è trasformata in qualcosa di difficilmente descrivibile con la parola “concerto”. Oltre 250 mila persone hanno invaso l’area per assistere allo show di Ultimo, dando vita a una delle più grandi manifestazioni musicali mai viste nel nostro Paese.
Al di là dei numeri, che già da soli fanno impressione, colpisce soprattutto l’atmosfera. Decine e decine di migliaia di persone che conoscono ogni parola di ogni canzone, dall’inizio alla fine, non sono il frutto di una semplice moda. È un rapporto costruito negli anni, alimentato da un’identificazione fortissima tra artista e pubblico.
Dunque la prima cosa che si deve fare di fonte a quel che è successo a Tor Vergata è fare i complimenti all’artista, alla produzione, alla band che ha suonato dal vivo e al pubblico che è accorso in massa. Non farli sarebbe da sciocchi.
Non è un outsider, ma ha trovato una strada tutta sua
Ogni tanto si tende a raccontare Ultimo come se fosse un artista completamente fuori dal sistema. In realtà non è così. Fa parte dell’industria discografica esattamente come molti suoi colleghi, pubblica album, organizza tour giganteschi e lavora con una struttura importante alle spalle. Per dirla in maniera tecnica, fa parte pienamente del mainstream musicale in Italia.
La differenza, però, sta nel modo in cui ha costruito il proprio percorso. Mentre molti artisti inseguono continuamente le tendenze del momento, le hit pensate per i social o collaborazioni studiate per aumentare gli streaming, lui è rimasto – con le dovute eccezioni – abbastanza fedele alla propria identità. Il suo è un pop melodico, diretto, costruito soprattutto sulle emozioni e sul rapporto con il pubblico. Non sarà rivoluzionario, ma evidentemente funziona. E funziona alla grande.
Una comunità che va oltre le classifiche
La vera forza di Ultimo, probabilmente, è questa. I suoi fan non si limitano ad ascoltare un disco quando esce: lo seguono, comprano i biglietti, aspettano mesi un concerto e trasformano ogni live in un evento collettivo. E lo fanno con una regolarità impressionante, stagione dopo stagione il pubblico di Ultimo continua a rispondere presente, anche a distanza di anni dalla sua entrata nel mainstream.
È anche per questo che riesce a prescindere, almeno in parte, dai passaggi radiofonici e dai giudizi della critica, che negli anni non sempre gli è stata favorevole. Il suo pubblico continua a esserci, cresce e coinvolge generazioni diverse, dagli adolescenti ai genitori che accompagnano i figli… e spesso finiscono per cantare insieme a loro.
Entra tra gli artisti che hanno segnato un’epoca?
Lo so, questa è la parte che farà storcere il naso a più di qualcuno. Ma il mestiere di chi scrive non è cercare di piacere a tutti, è esprimere un’opinione motivata. E la mia, numeri alla mano, è questa: Ultimo entra di diritto nella ristrettissima cerchia di quegli artisti che hanno saputo segnare un’epoca della musica italiana. Penso a Vasco Rossi, Claudio Baglioni, Max Pezzali, Cesare Cremonini e a pochi altri capaci di creare un rapporto quasi viscerale con il proprio pubblico e di trasformare ogni concerto in un evento generazionale.
Non sto dicendo che siano artisti uguali, né che abbiano scritto pagine della stessa importanza musicale o culturale. Sto dicendo che, dal punto di vista dell’impatto sul pubblico, Ultimo è ormai seduto a quel tavolo. Può non piacere, si può discutere per ore sulla qualità della sua musica, ma ignorare ciò che raccontano i numeri significa semplicemente rifiutare la realtà.
Un ultima riflessione
C’è poi un aspetto che mi sta particolarmente a cuore. Criticare un artista è sacrosanto: la musica è fatta anche di gusti, confronti e opinioni. Ma la critica dovrebbe sempre partire da una minima conoscenza dell’argomento. Se non si riesce a tenere un tempo in 4/4, se non si sa cos’è una triade, se non si distingue un barrè da un accordo aperto, forse prima di dispensare sentenze sulla qualità musicale bisognerebbe fare un passo indietro e ascoltare. Vale per Ultimo, vale per chiunque. E se poi la critica si riduce all’insulto gratuito, al commento da bar o alla presa in giro fine a sé stessa, allora non siamo più nel campo della critica: siamo semplicemente nel rumore. E di rumore, soprattutto sui social, ce n’è già abbastanza.
Insomma, continuerò probabilmente a non essere un grande ascoltatore di Ultimo. Ma sarebbe intellettualmente disonesto non riconoscere ciò che è sotto gli occhi di tutti. Quando un artista riesce a radunare una folla di queste dimensioni e a creare un legame così forte con il proprio pubblico, il fenomeno va osservato con rispetto. Anche da chi, semplicemente, preferisce ascoltare altro.