Perché la musica non si lascia ingabbiare e perché questo è un male per la musica di tutti i tempi
Nel dibattito musicale contemporaneo – ma in realtà da sempre – c’è una tentazione che ritorna ciclicamente: quella di etichettare. Dare un nome, un genere, una categoria stabile a un artista o a un’opera sembra rassicurante, quasi necessario per orientarsi nel mare sterminato della produzione musicale. Folk, rock, pop, metal, cantautorato, indie, alternativo: parole utili, certo, ma spesso trasformate in recinti. Il problema nasce quando l’etichetta smette di essere una chiave di lettura e diventa un giudizio, o peggio ancora un vincolo. Quando la musica viene ascoltata non per ciò che è, ma per ciò che dovrebbe essere secondo una definizione rigida, allora qualcosa si spezza. La storia della musica popolare del Novecento e del nuovo millennio è costellata di momenti in cui artisti hanno osato deviare dalla strada che il pubblico aveva tracciato per loro – e quasi sempre sono stati puniti per questo.
Quando le etichette diventano gabbie: alcuni casi emblematici
Uno degli esempi più celebri è quello di Bob Dylan. Nel 1965 Dylan non era semplicemente un cantautore di successo: era già un’icona del folk, una voce generazionale, il simbolo della protesta, l’erede di Woody Guthrie. Il pubblico – e soprattutto una parte della critica – aveva deciso chi fosse Dylan e cosa dovesse rappresentare. Poi arriva Highway 61 Revisited. Chitarre elettriche, suoni ruvidi, testi visionari che si allontanano dalla canzone di protesta lineare. Il risultato? Una frattura. I fan lo fischiano, lo accusano di tradimento, di essersi “venduto”. Eppure, col senno di poi, proprio quel disco segna uno dei momenti più alti della storia della musica moderna. Non era Dylan a essersi perso: era l’etichetta “folk singer” a essere troppo stretta. E lui stesso la sentiva così.
Saltiamo avanti di trent’anni. 1996: i Metallica pubblicano Load. Anche qui il contesto è fondamentale. I Metallica erano il gruppo thrash metal per eccellenza, portabandiera di un suono aggressivo, veloce, spigoloso. Ma quel cambiamento non nasce dal nulla. Già con il Black Album del 1991 si era aperta una nuova fase, più rifinita, più accessibile, fortemente influenzata dal lavoro di Bob Rock. Load rappresenta il punto di arrivo di un processo lungo, non una svolta improvvisa. Sonorità più lente, blues, hard rock, persino suggestioni alternative. Capelli corti, estetica diversa. La reazione? Identica a quella del 1965: i fan li demolirono. “Non sono più metal”, “non sono più loro”. Ancora una volta, non era la musica a essere il problema, ma l’idea fissa che un artista dovesse restare per sempre dentro la stessa definizione.
Anche in Italia il discorso non cambia. Vasco Rossi e Luciano Ligabue sono stati – e sono tuttora – vittime di un’etichettatura continua. Sono rock o no? Vasco è rock quando urla e distorce, ma lo è meno quando scrive ballate? Ligabue è rock quando guarda al cuore dell’America o quando racconta la provincia emiliana? E per tutti e due, è sempre valsa la leggenda che non sono rock perché non esiste il rock italiano. Il pubblico comunque si è sempre diviso, come se il valore della loro musica dipendesse dalla possibilità di appiccicare loro una targhetta definitiva. Eppure entrambi hanno attraversato decenni di carriera proprio perché hanno saputo cambiare, contaminare, oscillare tra registri diversi. La loro forza non sta nell’aderenza a un genere, ma nella capacità di parlare a chi ascolta.
E arriviamo ai Måneskin. 2021: un fenomeno globale, qualcosa che raramente si vede per una band italiana. Successo planetario, tour internazionali, pubblico giovanissimo. Eppure, anche qui, la domanda che riecheggia è sempre la stessa: “Sono rock o no?”. Come se il senso della loro esistenza musicale dipendesse da questa risposta. Per alcuni sono troppo pop, per altri troppo costruiti, per altri ancora l’ultimo baluardo del rock in un mondo che non lo vuole più. Ma forse la domanda è sbagliata alla radice. Forse non è importante cosa siano secondo un’etichetta, ma cosa fanno e cosa smuovono.
Non esistono etichette: esiste la musica
A questo punto diventa inevitabile dirlo con chiarezza: le etichette, prese come verità assolute, non esistono. Sono strumenti, non leggi. Servono a orientarsi, non a giudicare. La musica è un linguaggio vivo, in continuo movimento, e ogni artista autentico prima o poi sente il bisogno di allargare i confini, di forzarli, di romperli. Chiedere a un musicista di restare sempre uguale a se stesso è una contraddizione in termini: significa pretendere che smetta di essere un artista e diventi un prodotto.
È ora di finirla di etichettare tutto. Di stabilire chi è “abbastanza rock”, “abbastanza folk”, “abbastanza metal”. La storia dimostra che proprio i momenti più contestati, più odiati sul momento, sono spesso quelli che resistono meglio al tempo. Conta la musica, non l’etichetta. Conta ciò che un disco dice, ciò che trasmette, ciò che riesce a creare tra chi suona e chi ascolta. Tutto il resto è rumore di fondo. E come ogni rumore, prima o poi, svanisce.