Cinema e Spettacolo

Laura Pausini, l’inno e lo scandalo che forse non c’è

Tra polemiche social, accuse di egocentrismo e nostalgia della banda militare: cosa è successo davvero allo stadio

Per giorni si è parlato quasi ossessivamente dell’Inno di Mameli cantato da Laura Pausini. Commenti indignati, accuse di protagonismo, discussioni tecniche improvvisate, sentenze definitive. Sembrava che fosse accaduto qualcosa di irreparabile. Poi si ascolta davvero l’esecuzione. E la sensazione è meno drammatica di quanto il rumore mediatico lasci intendere.


Una voce da stadio, non da cappella

Partiamo da un dato semplice: Laura Pausini canta così da trent’anni. La sua vocalità è impostata, ampia, costruita sull’intensità e sul controllo. Non è una cantante minimalista, non è una voce raccolta, non è una presenza discreta. È una performer abituata ai grandi spazi.

E il contesto era lo Stadio San Siro, durante l’apertura dei Giochi Olimpici Invernali. Uno stadio non perdona la timidezza vocale. In uno spazio del genere, una voce trattenuta si perde. L’enfasi non è un vezzo: è una necessità acustica e scenica.

Molti hanno parlato di “strilli”. In realtà si tratta di emissione piena su un impianto sonoro enorme. È lo stile che conosciamo, coerente con la sua identità artistica. Piaccia o no, non è una sorpresa. Personalmente non è la mia cantante preferita – specialmente per alcune canzoni che negli anni ha pubblicato –ma dire che canta male è una disonestà intellettuale.


L’arrangiamento pop: scelta discutibile o scelta coerente?

Più della voce ha fatto discutere l’arrangiamento. La prima parte della strofa è stata riarmonizzata, resa più pop, con un impianto orchestrale più cinematografico rispetto alla versione tradizionale. Alcune soluzioni suonano prevedibili, un po’ enfatiche, quasi da colonna sonora. Trovo sia la parte dell’arrangiamento che mi convince di meno. Invece la seconda parte della strofa – e questo in pochi lo hanno rilevato – è molto più simile alla partitura originale di Michele Novaro, cosi come il ritornello.

Non è un capolavoro di finezza armonica, questo va detto. Ma parlare di scandalo è eccessivo. È una produzione professionale, costruita per uno spettacolo globale. Non è un’operazione dilettantesca. È una lettura pop di un brano simbolico, inserita in un evento che di spettacolare ha tutto.

Le Olimpiadi non sono una cerimonia austera di Stato. Sono un rito mediatico, fatto di luci, regia, pathos e narrazione visiva. In quel contesto, una versione più pop non è una bestemmia: è una scelta di linguaggio.


L’accusa di egocentrismo

“Ha trasformato l’inno in un’esaltazione personale.” È una delle critiche più diffuse, un refrain che si è letto, specialmente sui social, in continuazione.

In parte è vero: la Pausini interpreta l’inno come una star interpreta qualunque cosa. Non si annulla, non si nasconde, non finge neutralità. Porta sé stessa dentro ciò che canta. Ma è esattamente quello che fa da sempre.

Chiedere a un’artista con una carriera internazionale di trent’anni di diventare improvvisamente impersonale è ingenuo. Ogni interprete filtra il materiale attraverso la propria voce, il proprio stile, il proprio corpo. Anche quando si tratta di un inno nazionale.

Il punto non è se sia protagonista. È se il contesto ammetta il protagonismo. E uno stadio olimpico lo ammette eccome.


Il vero fastidio non è musicale

Se siamo onesti, la polemica non nasce davvero da una questione tecnica. Non è un problema di intonazione o di competenza. Dire che Laura Pausini canta male, come ho accennato prima, significa ignorare una carriera costruita su controllo vocale e professionalità.

Il fastidio è simbolico. È l’idea che un inno nazionale debba essere trattato con una solennità quasi liturgica. È la tensione tra due visioni opposte: l’inno come oggetto sacro e immobile, oppure l’inno come materiale vivo, che può essere interpretato e adattato al contesto.


E l’inno, in tutto questo?

A questo punto resta una riflessione inevitabile.

L’Inno di Mameli – o per meglio dire Il Canto degli Italiani – nasce come canto risorgimentale. È semplice, diretto, marziale. Non è una sinfonia romantica, non è un’aria d’opera verdiana. È un brano funzionale, scritto per essere cantato in piazza. E non è dissimile da tutti i canti patriottici composti nello stesso periodo, come ad esempio La Coccarda, scritta da Giuseppe Bertoldi e musicata da Luigi Felice Rossi.

Se oggi qualcuno lo percepisce come ripetitivo o elementare, forse è perché lo ascolta con un orecchio abituato a linguaggi più complessi o più cinematografici. Forse è perché la retorica di metà Ottocento non ci accende più come allora. Anzi, direi che non ci accende più da almeno mezzo secolo.

Quindi a mio avviso ci sta attualizzare un inno scritto quasi due secoli fa. E questo, sia chiaro, non rende automaticamente capolavoro (o scandalosa) una versione pop. Al massimo rende evidente una tensione tra passato e presente, tra identità storica e spettacolarizzazione contemporanea.


Lo scandalo che non c’è

La verità è meno clamorosa di quanto sembri. L’esecuzione della Pausini non è un capolavoro e non è un sacrilegio. È un’interpretazione coerente con un grande evento spettacolare. Si può non amarla, si può preferire una versione più sobria, ma gridare allo scandalo significa confondere il gusto personale con un principio assoluto.

Forse la domanda interessante non è se Laura Pausini abbia cantato troppo forte o troppo “da Pausini”. La domanda è un’altra: cosa vogliamo oggi da un inno nazionale?

Un rituale immutabile?
Un simbolo che cambia con il contesto?
O semplicemente qualcosa che continui a funzionare, anche quando cambia tono?

Se la polemica ci porta almeno a porci questa domanda, allora non è stata inutile. Se serve solo a fare rumore, è un’altra storia.

Il rumore, quello sì, alla lunga stanca. Perché un paese in cui tutto fa polemica, da questioni serie alla partecipazione di un comico a Sanremo, fino all’esecuzione di un inno nella cornice di un grande evento, comincia ad essere stucchevole.

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