Ottant’anni dopo c’è ancora chi evita una condanna netta del fascismo. Ed è questo il vero problema.
Di Tommaso Stefanini
Ogni volta che si torna a parlare di fascismo, il copione è sempre lo stesso. C’è chi invita a “guardare al futuro”, chi sostiene che “la storia lo ha già giudicato”, chi cambia argomento parlando dei comunisti e chi prova a salvare Mussolini ricordando le presunte “cose buone” del regime.
Eppure la domanda è semplicissima: si può condannare senza esitazioni una dittatura? La risposta dovrebbe essere scontata. Evidentemente, però, per molti non lo è ancora.
Sono passati ottant’anni. È passato. io guardo al futuro.
È probabilmente la frase più ricorrente. “Sono passati ottant’anni”, “guardiamo avanti”, “non viviamo nel passato”. Detto così sembra persino un ragionamento ragionevole. In realtà è un’affermazione che svuota completamente il senso della memoria.
La storia viene definita Magistra Vitae perché insegna. Ma può insegnare soltanto se qualcuno continua a raccontarla e qualcun altro ha voglia di ascoltarla. Se davvero smettessimo di parlare di tutto ciò che è accaduto perché “ormai è passato”, allora non avrebbero più alcun senso gli storici, gli archivi, i musei, le commemorazioni e perfino lo studio della storia a scuola.
Vale per la memoria collettiva e vale anche per quella personale. Nessuno direbbe a una persona che ha subito un trauma di dimenticare soltanto perché sono passati molti anni. Ricordare non significa vivere nel passato, significa (in teoria) evitare di ripetere gli stessi errori. Proprio perché vogliamo guardare al futuro, abbiamo il dovere di continuare a parlare del fascismo.
Chiamare Mussolini “statista” non è una scelta neutra
Negli ultimi tempi si è tornati a definire Mussolini uno “statista”. Lo sostiene esplicitamente il Generale Vannacci, per esempio. O lo stesso Matteo Salvini. Dal punto di vista puramente lessicale, l’espressione non è priva di fondamento: governò lo Stato italiano per oltre vent’anni. Ma il linguaggio non è mai soltanto una questione di dizionario.
Quando sentiamo la parola “statista” pensiamo normalmente a una figura di grande levatura politica, a un leader autorevole e lungimirante. È una parola che porta con sé un’aura positiva o comunque prestigiosa. Per questo motivo non è una definizione neutra. Churchill è uno statista. Roosevelt è uno statista. Finanche De Gasperi o, volendo essere generosi, Berlusconi sono statisti.
La parola più corretta, quella che descrive prima di tutto la natura politica di Mussolini, è dittatore. Non è un insulto: è una definizione storicamente esatta. Scegliere di presentarlo prima come statista che come dittatore significa inevitabilmente contribuire a costruire una percezione diversa del personaggio. E implicitamente contribuisce a rimuovere la condanna in favore, quantomeno, di una neutralità.
“La storia lo ha già giudicato”
Tra le frasi più singolari c’è quella secondo cui non sarebbe più necessario esprimere un giudizio su Mussolini perché “lo ha già giudicato la storia” (anche questa posizione è stata recentemente sostenuta da Vannacci). È una posizione che, semplicemente, non ha senso.
La storia fornisce i fatti, il contesto e gli strumenti per formulare un giudizio. Non sostituisce il giudizio. Altrimenti dovremmo smettere di discutere di qualsiasi personaggio storico, da Napoleone a Stalin, da Churchill a Robespierre. Dunque si è chiamati assolutamente, sulla base dei fatti che la storia racconta, ad esprimere un giudizio su Mussolini.
La sensazione è che questa formula venga usata soprattutto per evitare di dire chiaramente ciò che si pensa. Per alcuni personaggi pubblici sembra incredibilmente difficile pronunciare una frase molto semplice: il fascismo fu una dittatura e Mussolini fu un dittatore. E quando una condanna così elementare diventa un problema, forse il problema non è la storia, ma chi dovrebbe giudicarla.
“Eh, ma i comunisti…”
Ogni discussione sul fascismo, prima o poi, finisce qui. “E i comunisti?”. Lasciamo perfino perdere, per un momento, il merito della questione e quanto sia discutibile sostenere che “abbiano fatto peggio”. C’è un problema ancora più evidente.
Questa risposta cambia semplicemente argomento. Se si chiede un giudizio sul fascismo, rispondere parlando del comunismo significa evitare la domanda. È una classica deviazione del discorso.
La cosa curiosa è che tutte le argomentazioni usate per evitare di parlare del fascismo spariscono quando si tratta di criticare il comunismo. Nessuno dice più che “sono passati ottant’anni”, nessuno invita a “guardare al futuro” e nessuno sostiene che “la storia ha già giudicato”. Evidentemente quei principi valgono soltanto in una direzione. Ma qui il punto è un altro: serve la capacità di restare sull’argomento. Se si parla di fascismo, si giudica il fascismo.
“Il fascismo ha fatto anche cose positive”
È uno degli argomenti più utilizzati. Meriterebbe un approfondimento molto più ampio, ma in questa sede una piccola riflessione è sufficiente. Ma ne riparleremo.
Anche ammettendo che il regime abbia realizzato alcune opere pubbliche o promosso interventi amministrativi importanti, bisogna sempre chiedersi, a mio avviso, se queste presunte cose positive possano davvero reggere il confronto con ciò che il fascismo ha rappresentato nel suo complesso. Stiamo parlando di una dittatura che ha abolito le libertà politiche, perseguitato gli oppositori, introdotto le leggi razziali e trascinato l’Italia in una guerra devastante.
Spesso si sente dire che gli unici due grandi errori di Mussolini furono proprio le leggi razziali e l’entrata nella Seconda guerra mondiale. C’è anche chi prova ad attenuare quest’ultimo punto sostenendo che, nel giugno del 1940, Mussolini potesse davvero credere che il conflitto fosse ormai agli sgoccioli e che sarebbe bastato sedersi al tavolo dei vincitori per ottenere qualche vantaggio territoriale. È una possibile spiegazione delle sue intenzioni, ma come giustificazione regge molto poco. Innanzitutto perché resta una scelta politica gravissima, presa sacrificando migliaia di vite sulla base di un calcolo completamente sbagliato. E poi perché, anche se fosse vero, rimarrebbero le leggi razziali e tutto il carattere autoritario del regime.
Personalmente ritengo che quei due errori, da soli, siano già talmente enormi da bastare a condannare definitivamente Mussolini. Figuriamoci se si considera tutto il resto.
“Fascista è come dire ghibellino”
C’è infine chi sostiene che oggi definirsi fascisti equivalga a definirsi ghibellini o giacobini: un semplice riferimento storico, senza alcuna attualità. Il paragone, però, non regge. Oggi non esistono movimenti ghibellini, né organizzazioni politiche che si richiamino al giacobinismo. Il fascismo, invece, continua ad avere un’eredità politica concreta.
Nel dopoguerra è esistito il Movimento Sociale Italiano, formato da elementi che hanno militato nel fascismo, come il suo fondatore Giorgio Almirante. Ancora oggi esistono realtà come Forza Nuova e CasaPound Italia, che si richiamano, in forme diverse, a quella tradizione.
Nel quadro politico contemporaneo, anche Fratelli d’Italia è spesso oggetto di dibattito: da un lato il partito si definisce come una forza conservatrice e patriottica, dall’altro parte della letteratura politologica e del dibattito pubblico lo colloca nell’area della destra radicale o post-fascista. Naturalmente questo non significa che l’Italia è sull’orlo di una nuova dittatura. La nostra Costituzione è costruita per evitare derive autoritarie.
Per questo il fascismo non è soltanto un tema da manuale di storia: continua a essere un riferimento politico contemporaneo. Ed è proprio per questo che parlarne, studiarlo e condannarlo resta necessario.
Condannare il fascismo non dovrebbe essere difficile
Condannare il fascismo non significa essere comunisti, né appartenere a una determinata parte politica. Significa semplicemente riconoscere un fatto storico: una dittatura che ha cancellato le libertà, perseguitato gli oppositori, promulgato leggi razziali e trascinato il Paese nella guerra merita una condanna senza ambiguità.
Non servono “però”. Non servono “ma”. Non serve cambiare discorso.
Perché ogni volta che qualcuno non riesce a pronunciare una condanna netta del fascismo, il problema non è il passato. È il presente.