Tre Mondiali mancati e la crisi del calcio italiano che non è più solo sportiva. Serve cambiare subito, altrimenti sarà troppo tardi.
Lo so. La Divina Cultura non parla di calcio italiano. Parla di arte, di letteratura, di storia, di società. Parla di cultura, nel senso più ampio e più ambizioso del termine. E proprio per questo oggi è impossibile tacere.
Perché il calcio in Italia non è mai stato solo sport. È stato linguaggio, rito collettivo, identità condivisa. È stato racconto popolare, epica nazionale, memoria generazionale. È stato, nel bene e nel male, uno degli strumenti culturali più potenti del Paese.
E allora no, non è una deroga alla linea editoriale. È esattamente il contrario: è restare fedeli a ciò che significa davvero “cultura”.
Tre assenze che fanno epoca
Tre Mondiali consecutivi mancati non sono una semplice sequenza negativa. Sono una frattura. Dal 2018 al 2026 si consuma qualcosa che va oltre il risultato sportivo. Si spezza una continuità che sembrava garantita, quasi naturale. L’Italia poteva vincere o perdere, ma c’era sempre. Era parte del racconto globale, del grande teatro calcistico.
Questa presenza si è interrotta, ormai da tempo. Anzi. Sembrava un impresa esserci al mondiale. Un risultato di cui andare fieri. E quando si interrompe una consuetudine così radicata, non viene meno solo una squadra. Viene meno un pezzo di identità collettiva.
Il calcio italiano come fatto culturale e l’avanzata di altri sport
Per decenni il calcio ha rappresentato in Italia una grammatica comune. Era un codice accessibile a tutti, capace di attraversare generazioni, classi sociali, territori. Era il racconto domenicale, la memoria condivisa, la discussione infinita. Era un fatto culturale totale.
Oggi quella centralità resiste solo in superficie. L’interesse resta, la passione anche. Ma il sistema che dovrebbe sostenerla non è più all’altezza del ruolo che occupa. Il calcio italiano continua a pretendere una posizione egemonica senza avere più le fondamenta per sostenerla.
Nel frattempo, quasi senza clamore, altri sport hanno costruito percorsi più solidi. Hanno sviluppato modelli organizzativi più efficaci, hanno investito nella formazione, hanno creato continuità nei risultati. Hanno dimostrato che si può crescere senza vivere di rendita.
Prendiamo il tennis. Oltre a Sinner – che se non è il migliore di tutti poco ci manca – abbiamo almeno altri quattro atleti ben messi. Nella pallavolo regnamo sovrani – sia nel maschile che nel femminile. Facciamo bene anche nel rugby.
Il calcio, invece, sembra fermo. Ricco, esposto, centrale mediaticamente, ma incapace di produrre un sistema coerente. Il paradosso è evidente: lo sport più potente è diventato il meno credibile.
Le parole che rivelano un problema
In questo contesto, le parole di Gabriele Gravina non sono soltanto discutibili. Sono rivelatrici. Quando afferma che: “Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici”, non commette solo un errore comunicativo. Esprime una visione.
È una visione che confonde il professionismo economico con quello culturale e organizzativo. Una visione che presume superiorità dove oggi esiste fragilità. Una visione che non coglie la realtà: altri sport, pur con meno risorse, hanno costruito modelli più sani, più coerenti, più moderni. E, per di più, non sono affatto dilettantistici. Vai a dire ai ragazzi della pallavolo che sono dei dilettanti. Vediamo cosa rispondono.
In questo senso, quella frase è più di una provocazione. È il sintomo di una distanza tra chi governa il sistema e ciò che il sistema è diventato.
Una crisi che viene da lontano
Ridurre tutto a una partita, a un episodio, a un errore arbitrale (si potrebbe discutere della direzione del francese Turpin) o tecnico, significa non voler vedere. Questa eliminazione è l’esito di un processo lungo. Un processo che ha toccato il fondo nel 2018, lo ha raschiato bene nel 2022 e lo ha trivellato oggi, nel 2026. È il risultato di anni in cui le riforme necessarie non sono state fatte, in cui si è preferito gestire l’esistente piuttosto che trasformarlo.
È una crisi sistemica, che sta durando a lungo. E come tutte le crisi sistemiche, non si risolve con interventi superficiali. Richiede un ripensamento profondo.
La perdita di credibilità del calcio italiano e la “rifondazione”
Il danno più grande non è l’assenza dal Mondiale in sé. È la perdita di credibilità che ne deriva. Quando un sistema perde credibilità, il suo racconto si svuota. Il pubblico continua a seguire, ma con meno fiducia. Il rito resta, ma perde intensità.
Il rischio, a lungo termine, non è la sconfitta. È l’indifferenza. Che sempre più gente si metta a dire che, in fondo, del calcio, non gliene importa niente.
La parola “rifondazione” è spesso abusata. Ma in questo caso è inevitabile. Non significa cambiare un nome o sostituire una figura. Significa rimettere in discussione l’intero sistema. Significa accettare che il ciclo precedente è finito e che non può essere prolungato artificialmente.
Rifondare davvero implicherebbe tempo, fatica, scelte impopolari. Implicherebbe però, innanzitutto e soprattutto, una cosa che finora è mancata: la capacità di riconoscere fino in fondo la gravità della situazione.
La fine di un’epoca, e un dubbio
Tre Mondiali mancati segnano la fine di un’epoca. Non necessariamente la fine di tutto. Ma il tempo, a questo punto, diventa una variabile decisiva.
Le cose da fare sono note. Non servono rivelazioni, né intuizioni geniali. Servono scelte che il sistema conosce da anni. Dal 2014 per essere precisi. Roberto Baggio le aveva elencate bene addirittura nel 2010 (qui il link di Romanzo Calcistico), all’indomani della eliminazione italiana ai gironi del Mondiale in Sudafrica. E proprio qui nasce il dubbio più inquietante.
Perché se in dodici anni quelle scelte non sono state fatte, viene il sospetto che non sia solo una questione di capacità. Forse è una questione di volontà.
E allora il timore, oggi, è questo: che per il calcio italiano non sia impossibile ripartire. Ma che stia iniziando a essere troppo tardi.