Cinema e Spettacolo

Norimberga (James Vanderbilt – 2025)

Una recensione più riflessiva che cinematografica. Sarà meno tecnica e più meditativa: è il film stesso a chiederlo.

Parlare di Norimberga (2025) significa misurarsi con una delle questioni più complesse del Novecento: il processo di Norimberga. James Vanderbilt sceglie una strada precisa e, per certi versi, rischiosa: non raccontare il processo come un monumento storico già scolpito, ma come un evento ancora incerto, fragile, pieno di ambiguità giuridiche e morali. Il risultato è un film solido, ben girato e ben prodotto, che a una seconda visione lascia emergere qualche difetto, ma che soprattutto continua a lavorare nello spettatore dopo i titoli di coda.

Trama

Il film ruota attorno a Douglas Kelley, psichiatra dell’Esercito degli Stati Uniti inviato a Norimberga alla vigilia del processo. Il suo compito, affidatogli dal freddo e pragmatico generale Burton C. Andrus, è apparentemente semplice: valutare lo stato psichico dei detenuti nazisti e prevenire il rischio di suicidi, grande incubo degli Alleati prima dell’apertura del tribunale.

Il detenuto centrale, il “prigioniero principe”, è Hermann Göring, numero due del Reich e successore designato di Hitler. Assistiamo all’intera fase preliminare: il dibattito, tutt’altro che scontato, se processare i gerarchi nazisti o giustiziarli sommariamente; la decisione di istituire un tribunale internazionale; l’emergere di un problema enorme, quello del diritto internazionale, allora ancora agli albori. Le norme per giudicare i crimini nazisti vengono di fatto create ad hoc, e il film non elude questa contraddizione.

Rami Malek nei panni dello psichiatra Douglas Kelley

Il rapporto fra Kelley e Göring

Il cuore del film è il rapporto tra Kelley e Göring, ed è qui che Norimberga dà il meglio di sé. Dapprima mediato dall’interprete Howie Triest, poi sempre più diretto, il confronto fra i due si svolge quasi interamente nello spazio claustrofobico della cella di Göring.

Sono scene di grande efficacia: il dialogo serrato, l’uso insistito del campo-controcampo – una tecnica oggi forse meno di moda, ma qui perfettamente funzionale – costruisce una tensione psicologica costante. In quello spazio chiuso sembra quasi nascere una forma di complicità, o almeno di ambigua familiarità. Kelley diventa persino un tramite tra Göring e la sua famiglia.

Senza entrare in territori da spoiler, l’inizio del processo segna inevitabilmente un punto di rottura. Ed è una frattura necessaria, morale prima ancora che narrativa.

Regia e montaggio

James Vanderbilt non è un autore visionario, e la sua regia non ambisce a esserlo. Tuttavia dimostra mestiere e intelligenza. Non è una regia piatta, ma non è neanche il cinema d’autore di Christopher Nolan. Il film è sostenuto da un montaggio molto rapido, forse a tratti eccessivo, ma efficace: le due ore e mezza scorrono con sorprendente leggerezza. Se un limite c’è, è proprio in questa velocità, che talvolta sacrifica la sedimentazione di alcuni passaggi.

Molto crude le sequenze finali. Sappiamo tutti come termina il processo di Norimberga. Queste però sono estremamente ben fatte, e condite dal personaggio di Howie Triest, che inizialmente sembrerebbe solo un interprete, ma che nella realtà delle cose ha una complessità tutta da scoprire.

Il processo

Il racconto dell’aula di tribunale è complessivamente solido. Particolarmente interessante è la costruzione del personaggio di Robert H. Jackson, procuratore capo degli Stati Uniti. Tuttavia, nel confronto diretto con Göring, il film sembra indebolirlo eccessivamente.

Dal punto di vista storico, questa scelta è discutibile: le arringhe di Jackson a Norimberga sono tuttora considerate capolavori di oratoria giuridica. Qui, invece, il suo personaggio appare talvolta in difficoltà, quasi sopraffatto dalla dialettica dell’imputato.

Il cast

Il vero sovrano del film è Russell Crowe nei panni di Göring. Un’interpretazione potente, stratificata, capace di restituire il carisma, la vanità e l’orrore morale del personaggio senza mai scivolare nella caricatura.

Rami Malek interpreta Douglas Kelley con misura, anche se resta una scelta che può lasciare perplessi: il peso di ruoli precedenti (Freddie Mercury su tutti) e uno stile recitativo molto riconoscibile lo rendono meno trasparente di quanto il personaggio richiederebbe. Personalmente non è un attore che apprezzo grandemente. Tuttavia non mi sento di giudicare negativamente la sua prova.

Ottimo il cast di supporto: Leo Woodall è convincente nel ruolo di Triest; John Slattery dà corpo a un Burton C. Andrus gelido e funzionale; Michael Shannon, pur con un personaggio non sempre scritto al meglio, porta solidità e autorevolezza a Robert Jackson.

Il processo di Norimberga fu giusto?

È qui che il film smette di essere solo cinema e diventa interrogazione storica e morale. Il processo fu giusto? Norimberga sembra suggerire, in ultima analisi, di sì. Ma la domanda resta aperta.

Il processo di Norimberga è da sempre controverso: giustizia o giustizia dei vincitori? E perché, oggi, il diritto internazionale viene così spesso calpestato? Il film fa emergere anche un altro nodo cruciale: i gerarchi nazisti eseguivano semplicemente ordini?

Hannah Arendt risponderebbe affermativamente, parlando di banalità del male. Il film non chiude la questione: la lascia sospesa. Kelley sembra convinto di questa tesi, e proprio per questo mette in guardia. Perché se il male è così ordinario, allora non appartiene solo alla storia.

Ed è forse questa la vera forza di Norimberga: non tanto ciò che mostra, ma ciò che costringe lo spettatore a continuare a pensare.

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