Una recensione approfondita (e senza spoiler) del film politico più claustrofobico e denso del 2025
Conclave, diretto da Edward Berger e tratto dal romanzo omonimo di Robert Harris, è senza dubbio uno dei film più densi, ambiziosi e strutturalmente affascinanti usciti in questo 2025. Ambientato in un tempo imprecisato ma riconoscibile nel nostro presente allargato, il film si apre con la morte di papa Gregorio XVII, evento che innesca l’apertura di quel misterioso e suggestivo rituale che è il conclave: l’elezione del nuovo pontefice della Chiesa Cattolica.
E fin da subito è chiaro che questo non è un film sulla religione, bensì sul potere. Un potere sussurrato, vestito di porpora, consumato nei silenzi più che nelle parole, e agito attraverso manovre sottili, alleanze temporanee e rivalità eterne. Berger orchestra questa danza di figure vestite di rosso con mano ferma e sguardo lucido, costruendo un thriller politico in abito talare che affonda le sue radici nella storia, nella teologia e nella psicologia collettiva.
La trama (senza spoiler) – Un cerchio chiuso che si stringe
Il film segue da vicino il cardinale Thomas Lawrence (interpretato da un Ralph Fiennes sontuoso e misurato), decano del Collegio Cardinalizio, uomo colto, tormentato e apparentemente imparziale, incaricato di guidare i lavori del conclave. A lui tocca custodire l’equilibrio e la legalità del processo, ma il peso morale dell’incarico si fa sentire fin dal primo minuto.
La struttura narrativa è quella del “chi sarà?”, ma declinata in una chiave profondamente adulta e sofisticata. Non ci sono colpi di scena facili, almeno fino alla parte finale. Ogni passaggio si fonda su un’attenzione minuziosa ai dettagli del cerimoniale, un realismo quasi documentaristico (il film mostra la preparazione della Cappella Sistina, le regole interne, le votazioni, la Messa “pro eligendo Romano Pontefice”), e su un gioco costante di tensione tra apparenza e verità.
L’arrivo del misterioso cardinale Benitez – creato “in pectore” dal papa defunto e proveniente dall’Afghanistan – è l’innesco narrativo che trasforma l’ambiente già teso in un terreno instabile, pronto a franare sotto i piedi. Chi è Benitez? Perché il papa non aveva rivelato il suo nome prima di morire? E soprattutto: che ruolo avrà in una elezione che dovrebbe essere ispirata dallo Spirito Santo ma che si muove invece tra sospetti, favori e strategie?

Un thriller da camera – tensione, potere, teologia
Quello che funziona magnificamente in Conclave è il modo in cui trasforma un contesto chiuso, quasi monastico, in un’arena politica viva e pulsante. Il paragone con la politica parlamentare non è affatto casuale: i cardinali si dividono in correnti, si formano coalizioni, emergono rivalità storiche e fragili alleanze.
Al centro di tutto sta il concetto di “papabilità” – chi è degno? Chi è abbastanza abile? E chi è troppo pericoloso per essere eletto? È qui che il film mostra la sua stoffa migliore: non nei sermoni né nelle prediche, ma nella raffinatezza degli sguardi, nei silenzi che diventano accuse, nelle conversazioni in codice che rivelano più di quanto dicono apertamente.
Il film non ha bisogno di scene d’azione. Ogni dialogo è una piccola partita a scacchi, e il montaggio, secco e preciso, enfatizza le svolte senza mai eccedere.
Il finale – una nota stonata in una sinfonia ben diretta
Eppure, nonostante la tensione calibrata, l’eleganza della messa in scena e l’intelligenza della scrittura, Conclave inciampa proprio nel suo ultimo tratto.
Senza rivelare nulla di specifico, il finale vira in una direzione che, pur rimanendo coerente con certi indizi disseminati lungo il film, risulta forzato, quasi estraneo alla sobrietà con cui erano stati condotti i 100 minuti precedenti.
Il colpo di scena c’è – anzi, è inevitabile – ma manca di una base credibile che lo renda veramente efficace. Il grottesco e il surreale prendono il sopravvento sul sottile realismo iniziale. Il film che aveva saputo raccontare con intelligenza la macchina del potere spirituale si chiude con un’acrobazia narrativa che lascia più perplessità che meraviglia.
La regia: sobrietà che si fa stile
Edward Berger, già noto per il potentissimo Niente di nuovo sul fronte occidentale, non tenta qui virtuosismi registici. Ma proprio nella sua essenzialità trova la forza del racconto.
Berger non spettacolarizza il sacro. Non ci sono ralenti trionfali né musiche enfatiche nei momenti religiosi. Il conclave è trattato come un ambiente pragmatico, quasi aziendale. Ma è nella scelta delle inquadrature che la regia colpisce: la macchina da presa indugia sui dettagli, gioca con le geometrie dei soffitti affrescati e con la rigidità delle file di cardinali come se stesse osservando una scacchiera vivente.
Una scena in particolare merita menzione: un dialogo cruciale tra Lawrence e il cardinale Tremblay, ambientato sotto un portone dei palazzi vaticani. Berger evita il classico campo-controcampo, preferendo una composizione simmetrica che colloca entrambi i personaggi al centro, in uno spazio visivo che li rende prigionieri del luogo stesso che li definisce: la Curia. Dalla quale evidentemente, alla fine della sequenza, il cardinale Tremblay cerca di scappare, non riuscendoci. È un momento di cinema puro, dove regia, fotografia e contenuto si fondono.
Un altro momento interessante è l’elezione del pontefice, con i dialoghi soffusi, la musica preponderante e i battiti delle mani dei cardinali senza alcun suono.
Fotografia – la mano di Stéphane Fontaine
Il direttore della fotografia Stéphane Fontaine firma forse la parte migliore del film. I toni scuri, quasi caravaggeschi, dominano. Il Vaticano è ripreso come un luogo di penombra e mistero, dove la luce entra sempre filtrata, dove nulla è pienamente chiaro, dove la verità è sempre un po’ nascosta.
La Cappella Sistina, quando finalmente ci entriamo, non è un tripudio di bellezza mistica: è un’arena. La fotografia riesce nell’impresa di mantenere un tono cupo senza diventare monotona, sfruttando al meglio gli interni reali e ricostruiti per dare una sensazione costante di chiusura, di asfissia. Siamo dentro una stanza da cui non si può uscire, né fisicamente né spiritualmente.
Il cast: un ensemble straordinario
Il cuore pulsante di Conclave è il suo cast corale, e non c’è nota fuori posto.
Ralph Fiennes è perfetto nel ruolo di Lawrence: austero, umano, enigmatico. Un personaggio scritto con sfumature e ambiguità, che Fiennes restituisce con sguardo intenso e voce misurata. Anche perché il personaggio del decano Lawrence è molto più complesso del previsto, con un carico di dubbi e di tensioni che si accumulano mano a mano nel film, fino a una inevitabile deadline, molto evidente.
Stanley Tucci, nei panni di Giovanni Bellini, il grande favorito per il soglio pontificio, regala un’interpretazione stratificata, che sfugge agli stereotipi del “riformista puro” per rivelare, scena dopo scena, una complessità morale e politica tutta da decifrare. A mio parere è il personaggio più riuscito del film, quasi più del decano Lawrence.
Sergio Castellitto, nel ruolo del conservatore estremista Goffredo Tedesco, arcivescovo e patriarca di Venezia, si muove in un registro perfetto, restituendo un personaggio duro, cinico e sorprendentemente umano. Un italiano, tradizionalista convinto, che si muove sul solco delle idee dei partiti di centro destra. Non ha molte scene parlate, ma quelle dove regala il massimo dell’interpretazione, sono quelle non parlate dentro la Cappella Sistina. Si conferma uno dei migliori attori in Italia.
E attorno a loro, una schiera di volti noti e meno noti – cardinali, segretari, guardie svizzere – che danno al film un senso autentico di coralità, senza mai confondere lo spettatore. Ognuno ha un volto, un carattere, una posizione.
Un grande film con un piccolo inciampo
Conclave è un film ambizioso, che riesce per buona parte del suo percorso a costruire un’atmosfera unica, fatta di potere, silenzio e sospetto. È un thriller di parola e sguardi, un dramma politico incastonato nel rituale più misterioso della Chiesa cattolica.
Peccato per il finale, che – pur restando coerente nel tono – rompe in parte l’equilibrio raggiunto, scegliendo una svolta che sa più di artificio che di necessità narrativa. Ma anche con questo inciampo, Conclave resta un film importante. Una riflessione su come il potere venga vestito di sacralità, e su quanto sottile sia la linea tra il servizio e il dominio.
Un film che merita di essere visto e apprezzato.