Cinema e Spettacolo

Michael (Antoine Fuqua – 2026)

Un film che conquista i fan con musica e nostalgia, ma che preferisce il tributo all’approfondimento.

A cura di Giulia Capitani

Dopo anni di lunghi e turbolenti lavori, Michael (2026) di Antoine Fuqua ha raggiunto le sale di tutto il mondo il 22 Aprile 2026. Il biopic – concerto sul “re del pop”, Michael riesce a divertire e coinvolgere gli spettatori. Aspettando l’atteso sequel, analizziamo punti di forza e criticità del film più discusso del momento.

Un immagine tratta dal film: Michael ai tempi dei Jackson 5

La trama: dai Jackson 5 al rapporto col padre

Il film racconta la genesi della figura di Michael Jackson (interpretato brillantemente da Jaafar Jackson), passando attraverso l’esperienza dei Jackson 5, i primi due album da solista (Off The Wall e Thriller) e la definitiva rottura con il padre, censita dall’inizio del Bad Tour (1987 – 1989), primo vero tour da solista del cantante statunitense.

La lunga parentesi “Jackson 5” interessa buona parte della pellicola, in quanto necessaria non solo per comprendere il talento precoce di Michael, ma anche e soprattutto per mostrare il conflittuale rapporto con il padre, Joseph Jackson. Questo viene ritratto come una figura problematica, violenta e oppressiva, che in nome della perfezione artistica, maltratta fisicamente e psicologicamente i fratelli Jackson.


Nel corso di tutta la pellicola, infatti, assistiamo ai molteplici tentativi di emancipazione da parte di Michael nei confronti del soffocante padre, il primo dei quali realizzatosi con la  firma del contratto con la Epic Records e la conseguente uscita del suo primo album da solista, Off The Wall. La figura asfissiante del padre, però, continua ad essere una presenza costante nella vita e nella carriera di Michael, anche da solista, in quanto Joseph sente di essere l’unico vero responsabile della carriera dei figli. Michael, allora, decide di assumere come avvocato John Branca (Miles Tellers), il quale licenzia tempestivamente il padre via fax, così da poter lavorare insieme e liberamente al secondo album da solista di Michael, Thriller.

L’album, pubblicato nel 1982, batte ogni record di vendite mondiali, grazie anche al sostegno del mittente televisivo MTV, che decide di trasmettere gli iconici video musicali di Thriller e Beat It. Ancora una volta, nonostante l’enorme successo, la figura del padre si ripresenta nella vita di Michael: segretamente, con la complicità di Don King, organizza una tournée reunion dei Jackson 5 e una collaborazione con Pepsi, alla quale Michael controvoglia decide di partecipare, rimanendo però vittima di un grave incidente pirotecnico, che gli causa ustioni di terzo grado e gravi danni ai nervi.

Il padre di Michael, Joseph, interpretato da Colman Domingo

La guarigione e il finale

Dopo una lunga guarigione, Michael decide di partire in tour con i fratelli, ma nel corso dell’ultima data si realizza l’ultimo atto di liberarsi dal padre: la dichiarazione pubblica di non voler più lavorare con i fratelli. Il film si conclude mostrando l’esibizione del 1988, al Wembley Stadium, durante il Bad Tour, lasciando presagire, piuttosto esplicitamente, a un sequel.

Benché sia il main focus del film, Michael non è solo la storia di come la carriera di Michael Jackson è iniziata e si è sviluppata nel tempo, bensì il racconto della sua formazione, in primis in quanto artista, ma anche come essere umano completo. Pur giocando un ruolo nettamente secondario, accanto allo sviluppo di questa trama principale, vi è uno spazio lasciato a tentativi di restituzione della più generale e complessa figura di Michael.

Nel corso del film assistiamo infatti agli acquisti di animali eccentrici, primo su tutti la scimmietta fedelissima amica di Michael, Bubbles, ma anche al suo primo intervento di rinoplastica, nonché alle visite ai bambini ospedalizzati, che consegnano allo spettatore un’ideale piuttosto fedele dell’interesse che Michael Jackson aveva nei confronti dei bisognosi e dei gruppi marginalizzati (come vediamo nella pellicola, il videoclip di Beat It nasce proprio dal suo interesse per la guerra tra le gang Crips e Bloods).

L’eccellente interpretazione di Jaafar Jackson

Come ogni biopic che si rispetti, anche Michael si pone come obiettivo principale quello di curare profondamente tutti i dettagli dell’artista protagonista e questo è visibile a partire dalla scelta di affidare a Jaafar Jackson il difficilissimo ruolo di Michael Jackson. Da sempre, i tentativi di riproduzione sono piuttosto numerosi, ma l’unicità della sua figura ha reso frequentemente difficile avere un’ imitazione credibile dell’originale, lontana dall’effetto caricatura a cui, invece, spesso assistiamo.

Al contrario, Jaafar Jackson, aiutato da un evidente somiglianza derivatagli dal suo legame familiare con Michael stesso, riesce egregiamente a impersonificare il “re del pop”, con movimenti corporei ed espressioni facciali realmente appartenuti allo zio Jackson. Anche il lavoro sulla voce parlata, apprezzabile unicamente se si guarda il film in lingua originale, è piuttosto notevole, conferendo così ulteriore credibilità all’interpretazione di Jaafar Jackson, che debutta all’interno dell’universo cinematografico, in modo promettente.

E la sua interpretazione risulta ancora più promettente se, come lui stesso ha numerose volte dichiarato, siamo di fronte ad una persona che non aveva intenzione, né la convinzione, di voler fare l’attore. In questo senso, il suo impegno è doppiamente apprezzabile, perché con tempo e dedizione, ha tirato fuori una performance degna di nota, pur non avendo mai svolto questo lavoro prima.

I problemi: la figura perfetta di Michael Jackson

Se il casting di questo film è eccellente (abbiamo parlato di Jaafar Jackson, ma tanto altro ci sarebbe da dire su Colman Domingo), la sceneggiatura lascia un po’ più perplessi. Causa di numerose riscritture e tagli, che per motivi più o meno legali il film ha subito, Michael presenta delle criticità in tema di script.

Uno degli aspetti più problematici del film è indubbiamente la scrittura del personaggio di Michael Jackson. La sua figura, infatti, smette di essere umana, concreta e reale, lasciando spazio unicamente alla divinizzazione che può essere fatta della sua persona. Nella caratterizzazione di Michael Jackson non vi è un singolo elemento che metta in mostra i suoi, indubbiamente esistenti, difetti. Il “re del pop” è semplicemente un santo da idolatrare in tutto e per tutto, una divinità che in quanto tale non può che essere massimamente buona, vittima di un mondo contraddistinto da persone crudeli e malvagie, che non hanno un’immensità d’animo come la sua.

Michael deve lottare fin dal primo momento contro un mondo crudele, che non lascia spazio alla sua “perfetta” persona. Se vogliamo leggerla in chiave eroica, Michael è il Batman di turno che per gran parte del film non deve fare altro che cercare sconfiggere il suo Joker: il padre.


La serialità dei biopic musicali

Ovviamente, è inevitabile sottolineare che la critica ad una visione manichea che percorre tutto il film, non contiene un giudizio valutativo sulla complessa figura di Michael Jackson, né tanto meno mira a mettere in discussione la violenza cui è stato vittima Michael nel corso della sua infanzia (e non solo). Serve semplicemente a mostrare come spesso i biopic hanno una tendenza a divinizzare la star di turno che viene ritratta, annullando tutte quelle caratteristiche e complessità che li contraddistinguono in quanto esseri umani, ancor prima che come celebrità.

Se Michael Jackson è una delle personalità più celebri e affascinanti di tutti i tempi, è anche merito di tutti quegli elementi controversi, intriganti e complessi che lo contraddistinguevano come persona.

Dunque, non è opportuno, in questa sede, esprimersi in merito alle lodi o alle critiche che possiamo muovere alla persona Michael che, indubbiamente, ha cercato di lasciare positività e cambiamento nel mondo. Lo scopo è piuttosto quello di chiedersi: qual è l’obiettivo finale di un film come questo? Vuole raccontarci la verità dietro una persona complessa e nel tempo dibattuta come quella di Michael? Oppure vuole semplicemente puntare a nobilitare la sua persona, specialmente dopo tutti gli scandali che lo hanno interessato? 

La risposta sembra più vicina alla seconda opzione che alla prima, perché Michael è un biopic corretto ed eccessivamente edulcorato. L’impressione è quella di avere fra le mani un biopic tributo, più che un biopic documentario. 

Altre inquadrature tratte dal film

Un racconto che lascia troppe domande senza risposta

Un altro problema riscontrabile guardando questo film è la frequente sensazione che qualcosa manchi. Si avverte fin dalla prima visione che questa è un’opera incompleta e che non soddisfa pienamente quella sete di conoscenza che lo spettatore nutre nei confronti della figura di Michael Jackson.

Questa sensazione emerge soprattutto rispetto a tematiche particolarmente rilevanti per la costruzione e la percezione pubblica del personaggio Michael Jackson. Si pensi, ad esempio, alle accuse di pedofilia, alla possibile sindrome di Peter Pan di cui avrebbe sofferto e, ancor più, al tema della sua profonda insofferenza nei confronti della propria apparenza fisica.

Con la consapevolezza che il film avrà un sequel e sapendo che alcune questioni, per motivi legali, non hanno potuto essere affrontate, non sorprende che momenti fondamentali della sua vita e della sua carriera, così come alcuni scandali che lo hanno coinvolto, siano completamente assenti dalla narrazione.

Tuttavia, ritengo che il film abbia perso una grande occasione: quella di raccontare più intimamente la persona Michael, lasciando in secondo piano, almeno in parte, il suo “alter ego” artistico. Come numerosi artisti prima e dopo di lui, anche Michael aveva demoni interiori e sofferenze profonde che lo tormentavano e che, in una certa misura, contribuirono a renderlo l’immenso artista che era.

Non raccontarli significa non consentire allo spettatore di conoscerlo in modo profondo e confidenziale, ma soltanto attraverso la sua carriera e il suo status di superstar.


La sindrome di Peter Pan e i temi appena accennati

Il film, quindi, non permette realmente di entrare in contatto con i lati più nascosti e complessi di questa figura. Un risultato che avrebbe potuto essere raggiunto anche semplicemente caratterizzando il personaggio in maniera più sfaccettata e articolata rispetto a quanto avvenga sullo schermo, aspetto che, del resto, è già emerso nel paragrafo precedente. Pertanto, avrei voluto conoscere di più la persona Michael e un po’ meno la sua straordinaria carriera, tanto nei Jackson 5 quanto da solista.

L’enfasi posta sulle vicende dolorose e traumatiche legate al rapporto con il padre avrebbe potuto lasciare maggiore spazio ad altre questioni, come quelle dell’estetica e della sindrome di Peter Pan.

Quest’ultima, entro certi limiti, riesce effettivamente a trovare posto nella pellicola. Per tutta la durata della narrazione, vediamo Michael trovare conforto nella lettura del celebre libro di J. M. Barrie. Tuttavia, questa “romanticizzazione”, talvolta eccessiva, del legame tra Michael e Peter Pan sembra dire ben poco di un adulto che appare incapace di accettare pienamente la propria crescita e il fatto di non essere più un bambino.


Le insicurezze fisiche e l’occasione mancata

Probabilmente ancora più discutibile è la scelta di liquidare il tema delle insicurezze legate all’aspetto fisico attraverso una scena rapidissima in cui Michael decide, apparentemente senza un contesto adeguato, di sottoporsi a un intervento al naso, venendo poco dopo scoperto dal padre, il quale manifesta una disapprovazione che resta però poco chiara e scarsamente approfondita.

Michael Jackson, e i numerosi interventi di chirurgia estetica a cui si sottopose nel corso della vita, rappresenta una testimonianza evidente di una sofferenza che affondava le proprie radici in molteplici fattori.

Da un lato vi erano i traumi dell’infanzia e un’educazione estremamente severa, orientata verso una ricerca incessante della perfezione. Dall’altro, la convivenza con una malattia autoimmune cronica come la vitiligine, che contribuì ulteriormente ad alimentare il suo disagio.

Questa insicurezza lo portò a compiere scelte spesso discutibili, sempre nella direzione di una ricerca ossessiva della perfezione estetica, con il risultato di favorire un progressivo e crescente isolamento.

Anche quest’ultimo rappresenta un tema che il film tocca, ma senza mai scavare davvero in profondità. Al di là dei miti e delle speculazioni che ancora oggi circondano la sua morte, la scarsa fiducia in sé stesso ha contribuito a forgiare Michael sia come essere umano sia come artista Scegliere di omettere o trattare superficialmente questi aspetti significa ignorare il peso enorme che essi hanno avuto nella sua vita e nella sua carriera.

Significa, in definitiva, non cogliere l’occasione di raccontare questioni importanti ma troppo spesso trascurate quando si parla non soltanto di Michael Jackson, ma più in generale delle celebrità.

Per questo motivo, il film lascia la sensazione di aver preferito raccontare il mito piuttosto che l’uomo. E se il primo emerge con forza grazie alla spettacolarità delle performance e alla ricostruzione della carriera, il secondo resta troppo spesso sullo sfondo, privando lo spettatore della possibilità di comprendere fino in fondo la complessità di una delle figure più affascinanti e contraddittorie della cultura pop contemporanea.

Un altra istantanea di Michael Jackson nel film

Il potere di Michael

Ci sarebbero moltissime critiche e altre cose da dire su questo film, ma ciò non toglie che la pellicola sia stata recepita positivamente dal pubblico. Numerose sono le testimonianze di sale esplose dall’entusiasmo per questo film, con casi di persone che si sono riunite durante e dopo il film per condividere insieme la passione e l’amore nei confronti della musica di Michael. In certe situazioni, il film ha smesso di essere tale, per diventare quel concerto a cui tante persone avrebbero voluto partecipare, ma non ne hanno mai avuto l’occasione.

Canti, cori, coreografie, si sono impossessate delle sale cinematografiche, con l’evidente complicità di un film che ha molto l’impressione di essere un all time hits concert di Michael, fatto su misura per eccitare i fan più fedeli, più che un Biopic. I social sono esplosi con numerosi trend contenenti le sue canzoni e come prevedibile, il film è riuscito nel suo intento: Michael è tornato ad essere l’artista più ascoltato al mondo.

Per quanto discutibile questo boom mediatico, è altrettanto toccante quanto la musica di Michael riesca ancora oggi a parlare al cuore delle persone. Nel delirio di questo mondo, le canzoni di Michael sono in grado di avvicinare persone appartenenti a generazioni e gruppi sociali diversi. Che se ci pensiamo era quello che Michael sperava che la sua musica riuscisse a fare: andare oltre le differenze.

Pertanto, benché Michael non sia un film perfetto, è riuscito nell’intento di far emozionare, ballare e cantare nuovamente (o in certi casi per la prima volta) le persone al ritmo di uno dei più grandi artisti della storia e per questo, in qualche modo, dobbiamo ringraziarlo.

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