Una band leggendaria, un repertorio immortale e stadi ancora pieni. Ma il viaggio sembra concluso da tempo.
Di Tommaso Stefanini
Parlare dei Pooh significa parlare di una parte importante della storia della musica italiana. Pochissimi artisti possono vantare una carriera lunga oltre sessant’anni, milioni di dischi venduti e canzoni che continuano a essere amate da generazioni diverse.
La loro eredità è fuori discussione. Album come Parsifal, Poohlover e Uomini soli appartengono ormai al patrimonio culturale della canzone italiana. Nessuno può cancellare ciò che hanno rappresentato e ciò che rappresentano ancora oggi.
E proprio per questo credo che sia arrivato il momento di fermarsi.

La fine della spinta creativa dei Pooh
Ogni artista attraversa una fase ascendente, un apice e infine una fase discendente. È naturale. Non c’è nulla di offensivo nel dirlo.
A mio avviso, l’ultimo album dei Pooh davvero rilevante dal punto di vista artistico è stato Uomini soli, pubblicato nel 1990. Da allora il gruppo ha continuato a lavorare, pubblicare e portare in tour il proprio repertorio, ma senza riuscire a produrre opere capaci di lasciare un segno paragonabile a quello degli anni migliori.
Non è una colpa. Succede a quasi tutti i grandi artisti.
Il problema nasce quando si continua a rimanere sul palco molto oltre la conclusione della propria stagione creativa.

Un gruppo che non esiste più
C’è poi un altro elemento che rende inevitabile questa riflessione.
Valerio Negrini non c’è più dal 2013. Stefano D’Orazio ci ha lasciati nel 2020.
Non si tratta soltanto di due membri storici scomparsi. Si tratta di due figure fondamentali nell’identità stessa del gruppo. Negrini era l’autore di gran parte dei testi che hanno accompagnato la storia dei Pooh. D’Orazio era una presenza musicale e umana imprescindibile.
Oggi il gruppo continua a vivere grazie a Roby Facchinetti, Dodi Battaglia e Red Canzian, ma è inevitabile constatare che una parte essenziale dell’anima originaria della band non esiste più.

Il concerto di San Siro
Ho assistito personalmente al concerto dei Pooh allo Stadio San Siro nel 2023.
Dal punto di vista spettacolare fu una serata imponente. Uno stadio iconico, una produzione enorme, un impianto luci di altissimo livello e un suono generalmente molto curato contribuirono a creare un’esperienza coinvolgente.
Tuttavia, uscendo dallo stadio, la sensazione che mi accompagnò non fu quella di aver assistito a una band ancora nel pieno delle proprie forze.
Gran parte della riuscita dello spettacolo mi sembrò derivare dalla qualità della produzione, dalla suggestione della location e dalla forza intrinseca di canzoni che fanno ormai parte della memoria collettiva italiana.
Il problema delle esecuzioni dei Pooh
Uno degli aspetti che più mi colpì fu la differenza di rendimento tra i membri del gruppo.
Phil Mer, chiamato a raccogliere una responsabilità enorme dietro la batteria, offrì una prestazione assolutamente lodevole. Tecnico, preciso e sempre efficace.
Red Canzian, nonostante l’età e una storia clinica non banale, mi sembrò il musicista che reggeva meglio l’impatto del palco. La sua presenza scenica rimane notevole e la sua tenuta generale appare ancora sorprendente.
Più complicato, invece, il discorso relativo a Roby Facchinetti. In un concerto che, considerando brani completi e medley, superava abbondantemente le sessanta canzoni, ebbi la sensazione che la sua voce riuscisse a mantenersi davvero convincente soltanto per una parte molto limitata dello spettacolo. Per la precisione la prima parte dello spettacolo. Dal secondo quarto in avanti più che cantare, parlava urlando. È evidente che ormai non ce la fa più.
Anche riguardo a Dodi Battaglia, in diversi momenti ebbi l’impressione che alcune parti fossero supportate in misura significativa da materiale preregistrato. Naturalmente si tratta di una percezione personale e non di una certezza tecnica, ma fu una sensazione condivisa da molti spettatori con cui ebbi modo di confrontarmi.
Le basi e il peso della tecnologia
È giusto chiarire un punto.
Oggi praticamente tutti i grandi concerti utilizzano basi, sequenze e supporti tecnologici. Non è questo il problema.
Il problema nasce quando lo spettatore inizia ad avere la sensazione che il peso della performance si stia spostando progressivamente dai musicisti alla produzione.
Durante quel concerto mi sembrò che una parte considerevole dello spettacolo fosse sostenuta da basi e supporti preregistrati. Nulla di scandaloso in senso assoluto, ma abbastanza da farmi porre una domanda: stavo ascoltando ancora una band che esegue il proprio repertorio o un grande spettacolo costruito attorno a un repertorio storico?
Perché i Pooh continuano?
Arrivati a questo punto la domanda è inevitabile. Se artisticamente il gruppo appare da tempo a fine corsa, perché continua?
La risposta è semplicissima: perché il pubblico continua a volerlo.
Ogni nuovo tour registra numeri impressionanti. I biglietti vengono venduti, gli stadi si riempiono e migliaia di persone continuano a emozionarsi ascoltando canzoni che hanno accompagnato intere vite.
Da questo punto di vista sarebbe arrogante sostenere che debbano smettere per forza. Il pubblico è sovrano. Se esiste ancora una domanda così forte, è naturale che esista anche un’offerta.
Non un caso isolato: i Nomadi, gli AC/DC e i Guns N’ Roses
Naturalmente il caso dei Pooh non è isolato. Lo stesso ragionamento potrebbe essere esteso a numerose band storiche che continuano a esibirsi nonostante il trascorrere del tempo e cambiamenti profondi nella propria identità.
I Nomadi, ad esempio, ruotano ormai da tempo quasi interamente attorno alla figura di Beppe Carletti, unico membro presente fin dagli esordi. I cambi di formazione sono stati pressoché costanti, anche negli ultimissimi anni. Scelta che Carletti sostiene, ma che divide i fun.
All’estero, gli AC/DC hanno perso Malcolm Young, autentica anima musicale del gruppo, mentre Cliff Williams si è progressivamente allontanato dall’attività live. Anche Brian Johnson, pur rimanendo un frontman carismatico, mostra da anni i segni inevitabili di una carriera lunghissima. Onestamente, sentendo alcune esibizioni, comincia a fare quasi pena.
Un discorso analogo potrebbe riguardare i Guns N’ Roses. In questo caso la riflessione si concentra soprattutto su Axl Rose: nonostante abbia un’età inferiore rispetto a molti colleghi della sua generazione, la sua condizione vocale è oggetto di discussione ormai da oltre vent’anni.
Eppure, come accade per i Pooh, anche queste band continuano a riempire stadi e arene in tutto il mondo. Segno che, per una parte consistente del pubblico, il valore dell’esperienza, della memoria e del mito supera spesso quello della pura performance tecnica.
Sarebbe il momento giusto per salutare
In fondo, il problema non è capire se i Pooh possano ancora continuare. Probabilmente sì, come abbiamo visto dalla continua domanda che esiste.
Il problema è che la loro storia, artisticamente, è già stata scritta. Le grandi canzoni sono state composte, i grandi album sono stati pubblicati, i grandi concerti sono stati suonati.
Quello che vediamo oggi è il lungo epilogo di un’avventura straordinaria. E forse il momento più difficile, per ogni leggenda, è accettare che il capolavoro sia già stato completato.
Ormai è andata. E non c’è nulla di male nel riconoscerlo.