Cinema e Spettacolo

Harry Potter: un viaggio nel mito (Parte 2)

Dall’Ordine della Fenice ai Doni della Morte, l’era Yates, il disastro del sesto e il gran finale di Harry Potter.

Di Tommaso Stefanini

Il viaggio continua. Dopo la magia luminosa e infantile dei primi due capitoli e la svolta matura e autoriale del Prigioniero di Azkaban, il mondo di Harry Potter cambia pelle. Da Il Calice di Fuoco, già più tenebroso e avventuriero, in poi, tutto diventa più cupo, più doloroso, più adulto. Il passaggio è netto: non si tratta più di avventure scolastiche, ma di una vera e propria guerra.

Questa seconda parte della saga è dominata da David Yates, un regista che non è un genio, non è un autore in senso stretto, ma è un ottimo gestore di complessità. E questa saga, ormai, è diventata un colosso industriale: un universo in cui convergono miliardi di dollari, un fandom planetario e un’eredità narrativa potentissima. Con Yates, il mondo magico diventa un luogo oscuro, politico, quasi distopico. La magia perde l’innocenza dei primi tempi, il Ministero della Magia diventa una caricatura del potere corrotto, e Hogwarts non è più rifugio ma trincea.

Harry Potter e l’Ordine della Fenice, regia di David Yates, 2007

Il quinto capitolo è un film non grandemente considerato dai fun (per la discutibile scelta narrativa della Rowling di far morire Sirius Black), ma che riesce sostanzialmente nel suo intento. In generale è un po’ la sintesi dei film di Harry Potter: non memorabile ma neanche da dimenticare.

Già la sequenza iniziale nel parco giochi grigio e spoglio dei sobborghi inglesi, traduce visivamente un netto cambiamento rispetto ai precedenti capitoli: la magia non è più meraviglia, ma una minaccia latente. l lavoro con il direttore della fotografia Sławomir Idziak, noto per le sue collaborazioni con Roman Polanski, è magistrale. Le tonalità fredde, il blu metallico, la luce tagliente e quasi acida, restituiscono un senso di alienazione e di distanza emotiva. È un mondo senza calore, dove anche Hogwarts, che pure resta un luogo magico, sembra soffocata da un regime burocratico e repressivo. La regia di Yates non ha i guizzi autoriali di Cuaron, ma ha una solidità televisiva e un ritmo asciutto, che funziona benissimo in un film corale come questo.

Le scene nel Ministero della Magia, con le file interminabili di uffici, i manifesti di propaganda e il controllo dell’informazione, sono un ritratto inquietante del totalitarismo mascherato da ordine. Non è un caso che molti critici abbiano letto il film come una metafora della politica britannica post-11 settembre: la paura come strumento di potere. Il controllo ad Hogwarts è ben rappresentato dalla professoressa Dolores Umbridge, che capeggia su tutti nel ruolo di Inquisitore Supremo. La sequenza della discussione con la McGranitt, oltre a citare fugacemente gli innumerevoli scontri che le due hanno nel romanzo, è significativa. Si inquadra la Umbridge, in alto, e la McGranitt, con gli studenti accorsi, in basso.

Dal punto di vista narrativo, il film fa un lavoro di compressione enorme: L’Ordine della Fenice è il romanzo più lungo della saga, eppure il film dura “solo” due ore e venti (inizialmente erano tre le ore di film). Inevitabile, dunque, una potatura drastica. Vengono tagliati interi filoni narrativi: Percy Weasley e la sua ribellione familiare, il passaggio al San Mungo (l’ospedale magico), i lunghi allenamenti dell’Esercito di Silente, il Quidditch, e soprattutto una serie di dialoghi che nei libri costruiscono l’evoluzione psicologica di Harry. Tuttavia, Yates e lo sceneggiatore Michael Goldenberg (unico film non scritto da Steve Kloves) riescono a mantenere l’essenza, ovvero l’adolescente che scopre di essere solo contro un mondo adulto che mente.

I tagli al libro sono dunque parecchi, ma perché è la Rowling a scrivere pagine molto descrittive. Ci sono tanti episodi in più nel romanzo, ma essi tendono a ripetersi fra di loro. Dunque il film quando ne ha fatti vedere un paio per tipologia, è sufficiente. Penso alle innumerevoli scene di Harry con la Umbridge, alle scene dei sogni dello stesso protagonista, alle lezioni di Occlumanzia, a tutta la parte inziale dell’udienza (estremamente semplificata). Il film di fatto cattura alcune istantanee del libro, senza tralasciare sostanzialmente niente della trama principale.

I limiti del film emergono soprattutto nel finale. La profezia, snodo cruciale della saga, viene trattata con superficialità, e il dialogo finale con Silente — fondamentale per spiegare il passato dei Potter e la logica di Voldemort nel dare la caccia ad Harry — è eccessivamente semplificato. Questo crea una lacuna narrativa che peserà anche nei capitoli successivi. L’omicidio di Sirius Black, seppur visivamente d’impatto, è troppo frettoloso: non c’è la preparazione emotiva che il personaggio meritava.

Per quanto riguarda il cast ci sono tre ingressi geniali. La Umbridge di Imelda Staunton è un capolavoro di interpretazione: la cattiveria travestita da cortesia, il sorriso di chi punisce con un tè in mano, il rosa zuccheroso che copre la violenza sadica. Helena Bonham Carter, nel ruolo di Bellatrix Lestrange, irrompe sulla scena come un ciclone gotico: eccessiva, folle, teatrale, ma sempre coerente con l’immaginario deformato di Voldemort. Ed infine Evanna Lynch – Luna Lovegood – perfettamente eterea e disarmante, quasi un angelo eccentrico calato in un mondo che ha perso innocenza. Ha poche scene, fa da contorno, ma dove c’è funziona molto bene. Pensare che il personaggio, in una prima versione della sceneggiatura, era stato tagliato completamente.

Il film, pur essendo uno dei più complessi, regge magnificamente anche a livello visivo e sonoro, grazie a una colonna sonora più cupa, e a effetti visivi straordinari nel duello di Silente con Voldemort, una delle scene più spettacolari di tutta la saga. Al botteghino, L’Ordine della Fenice supera i 940 milioni di dollari. Ma il vero trionfo è artistico: segna il punto di maturazione definitiva del franchise

Harry Potter e il Principe Mezzosangue, regia di David Yates, 2009

E qui, lo dico senza mezzi termini: il crollo.

Il sesto film è quello più disarticolato, incoerente e, in certi tratti, imbarazzante. Nonostante l’ottima base narrativa offerta dal romanzo – uno dei più intensi e stratificati della saga – il film si perde in una nebbia di romanticismi adolescenziali, momenti comici mal calibrati e tagli narrativi disastrosi.

David Yates sembra quasi ossessionato dall’idea di “alleggerire” il tono, forse perché la produzione glielo impone, forse per allargare il bacino di pubblico, forse banalmente per dare slancio a tutta una serie di personaggi secondari. Così, il film si apre con Harry che flirta in una caffetteria londinese, come se fosse in una commedia romantica, e prosegue tra feste di Natale, gelosie, baci rubati e pozioni d’amore. Il problema non è tanto che questi elementi siano presenti – nel libro ci sono – ma che qui diventano la spina dorsale del film, relegando la vera trama (l’ascesa di Voldemort e la scoperta degli Horcrux) a un ruolo quasi secondario. La fotografia, ancora una volta curata da Bruno Delbonnel, è bellissima: tonalità seppia, luce fioca, Hogwarts immersa in un crepuscolo costante. Ma è un’estetica al servizio del vuoto narrativo.

Il film fallisce dove dovrebbe brillare. L’esplorazione del passato di Tom Riddle, ridotta a due brevi flashback, è uno dei tradimenti più gravi alla coerenza interna della saga. Nei libri, Harry e Silente compiono una vera indagine nella mente e nella memoria del nemico; nel film, tutto questo viene liquidato in pochi minuti. Così, quando più avanti si parlerà di Horcrux, lo spettatore non ha strumenti per capire pienamente la logica del male di Voldemort.

Sul piano emotivo, Yates e Kloves insistono su Ron e Hermione, molto più presenti che in qualunque altro film (tolti gli ultimi due), ma con un tono da sit-com adolescenziale. Hermione che piange per Lavanda Brown, Harry che la consola: sembra quasi un episodio de Il mondo di Patty. Ma questo tono da teen drama pervade il film anche nei dialoghi importanti.

Ad esempio la sequenza sul treno, di ritorno a casa per Natale. Essa parte bene, con la camera di Yates che riprende una scena di dialogo evitando il campo – controcampo. Harry e Ron discutono di una cosa importantissima, il Patto Infrangibile di Piton. Improvvisamente il dialogo viene troncato da Ron che comincia a parlare di Lavanda, la quale si palesa, comincia a disegnare cuori sul vetro e se ne va. E poi c’è il bacio fra Harry e Ginny, scena che nei libri è spontanea, liberatoria, qui invece è fredda, spenta, quasi impacciata, come se gli attori stessi non ci credessero.

Qualche guizzo nel film è presente. Molto bella e fedele al libro la sequenza della caverna e del recupero del medaglione. Spettacolare è la morte di Silente, sia la sequenza dell’omicidio vero e proprio, sia la scena del lutto. Girata con maestria, sospesa, quasi poetica nella sua lentezza. Qui Yates ricorda di essere un regista capace. Il momento in cui gli studenti alzano le bacchette verso il cielo per dissolvere il Marchio Nero è una delle immagini più potenti dell’intera saga: semplice, simbolica, emozionante e che rende onore, per un attimo, al funerale di Silente del romanzo che viene completamente tagliato.

Il nuovo ingresso di Jim Broadbent nei panni di Horace Lumacorno è un piccolo gioiello: personaggio meschino e vanitoso, ma al tempo stesso umano, tratteggiato con sensibilità. Tuttavia, anche la sua importanza narrativa viene annacquata, come se tutto fosse sacrificato sull’altare di una leggerezza fuori luogo.

In sintesi, Il Principe Mezzosangue è un film bello da vedere ma povero di anima. Una parentesi quasi stonata nel crescendo drammatico della saga.

Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 1, regia di David Yates, 2010

Con I Doni della Morte, Yates abbraccia pienamente l’estetica della guerra. L’atmosfera è cupa, spenta, quasi opprimente. La magia non è più luce o gioco, ma un linguaggio di sopravvivenza.

La fotografia diventa quasi monocromatica: grigi, verdi, neri. È il film visivamente più deprimente della saga, ma anche quello che più coraggiosamente si stacca dal modello scolastico dei primi capitoli. Il mondo è in rovina, il Ministero è corrotto, e il trio è in fuga. È il film della perdita e della disillusione.

L’idea del road movie magico funziona inizialmente: il viaggio nella campagna inglese, la tenda, i luoghi desolati restituiscono un senso di isolamento e vulnerabilità. Ma il film si impantana a metà. Il lungo vagare del trio diventa monotono, la tensione si diluisce, e il ritmo rallenta eccessivamente. In ogni caso la prima parte è interessante.

Ottimo il montaggio della sequenza dei sette Potter. Anche se viene chiaramente semplificata molto, in questo caso sia dialoghi che legamento causale delle inquadrature funzionano alla perfezione. Claustrofobiche e scattanti le sequenze del matrimonio di Bill e Fleur, ansiogene e incalzanti quelle della fuga del golden trio dal matrimonio e poi della loro missione al Ministero. Poi, come detto, il film perde un po’ di slancio e diventa monotono, almeno fino al finale a Villa Malfoy. Viene però ben approfondita la parte delle ricerche di Voldemort sulla bacchetta di sambuco, vista attraverso i sogni di Harry.

È forse il capitolo più fedele a Rowling. I tagli ci sono, ma non alterano il senso della storia. Tra questi tagli è bene citare Rufus Scrimgeour, successore di Cornelius Caramell come Ministro della Magia. Nei libri compare già ne Il Principe Mezzosangue ed ha un rapporto molto complicato con Harry. Tagliato completamente nella trasposizione cinematografica del sesto capitolo, viene introdotto solo nel settimo film, con pochissime scene e senza tutto l’astio che Scrimgeour ed Harry hanno reciprocamente. Le aggiunte invece (come il famoso ballo tra Harry e Hermione nella tenda) riescono a umanizzare i personaggi senza stravolgerli, spezzano col tono cupo generale e restituiscono un briciolo di allegria nel mondo magico in rovina.

Gli attori sono maturi. Radcliffe, Watson e Grint reggono finalmente da protagonisti assoluti, con gli ultimi due sempre una spanna sopra il primo. Il resto del cast è ridotto all’osso: Yates costruisce un film intimo, quasi teatrale. Da citare l’ottimo uso di Kreacher, per la prima volta trattato con complessità morale, anche se semplificando alcuni passaggi. E, come detto nella prima parte, grande performance di Jason Isaacs nei panni di Lucius Malfoy, che si trasforma da altezzoso e vanitoso padre di Draco, a debole e terrorizzato Mangiamorte, usurpato della posizione di rilevo che aveva nel quinto capitolo e che teme per se stesso e la propria famiglia.

Film cupo, malinconico, ma sincero. Manca di ritmo, ma non di profondità. Incasso: oltre 950 milioni di dollari. È la quiete prima della tempesta.

Harry Potter e i Doni della Morte – Parte 2, regia di David Yates, 2011

Il gran finale.

È il capitolo più spettacolare, ma anche il più debole narrativamente. I Doni della Morte – Parte 2 vive di grandi immagini, non di grandi idee. È un film visivamente potente ma drammaturgicamente lacunoso, vittima di tutti i tagli accumulati nei film precedenti.

Il film si apre e si chiude come un assedio. Tutto corre, tutto esplode, a cominciare dall’irruzione alla Gringott, sequenza molto bella visivamente ma che già fa intravedere il tono complessivo del film. Sembra quasi che non ci sia tempo per niente, sacrificando così alcuni dialoghi interessanti come quello di Harry, Ron ed Hermione con Aberforth Silente in cui si parla di Ariana Silente. Se il tempo è talmente poco da ridurre un dialogo così intenso in poche e banali battute, valeva la pena tagliare completamente il ricordo di Aberforth dal film, visto che, a conti fatti, non è così rilevante per il proseguo della trama.

La battaglia di Hogwarts è una sinfonia di effetti visivi, ma non lascia spazio al pathos. Molti passaggi fondamentali vengono bruciati: non si spiega come Harry intuisca l’Horcrux nella camera blindata di Bellatrix; non viene chiarito il patto con Unci-Unci; mancano i collegamenti tra gli Horcrux e il passato di Riddle (una colpa in buona parte del sesto film). Yates filma tutto come un grande videogioco epico, ma dimentica la gravità emotiva del romanzo.

Tre sequenze meritano di essere citate. La morte di Piton è struggente, accompagnata da una fotografia fredda e da un commento musicale essenziale e asciutto. Senza dubbio anche la sequenza del Pensatoio è da menzionare, con la rivelazione del passato di Piton: forse il momento più intenso dell’intera saga, anche se vengono tagliati moltissimi dialoghi del libro che sarebbero stati interessanti ed esplicativi della complicata figura di Severus Piton. L’incontro con Silente nella stazione bianca è altresì molto riuscito, che restituisce la dimensione simbolica e spirituale del viaggio di Harry. La fotografia così chiara fa da contrasto con i toni scuri del film. E poi è da menzionare che finalmente, un po’ come era accaduto nel quinto capitolo, escono fuori alcuni personaggi secondari come Neville Paciock e la professoressa McGranitt.

Ci sono delle scelte, specialmente sul finale, francamente discutibili. La morte di Voldemort è una di queste. Il suo corpo che si dissolve in cenere è visivamente suggestivo ma concettualmente vuoto rispetto alla morte da uomo che racconta la Rowling. Sbagliata anche, a mio avviso, la gestione della Bacchetta di Sambuco. Oltre alla confusione sulla sua fedeltà, che nel film viene spiegata, troppo didascalicamente, da Harry nel finale, nel libro quest’ultimo la usa per riparare la propria e poi la ripone nella tomba di Silente. Nel film la spezza e la getta via, gesto privo di logica e di coerenza simbolica.

Un finale visivamente grandioso ma narrativamente affrettato, quasi affannato. Con 1,3 miliardi di dollari, è il maggiore incasso della saga e tra i più alti della storia del cinema. Nonostante i difetti, chiude un’epopea che ha segnato una generazione, portando a compimento un percorso durato dieci anni.

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