Musica

Le cinque migliori canzoni di Francesco Guccini

Un omaggio al “Maestrone” attraverso cinque canzoni che raccontano il suo modo irripetibile di essere artista

Francesco Guccini è morto a 86 anni. Se n’è andato uno degli ultimi grandi intellettuali della canzone italiana, uno di quegli artisti per i quali la definizione di “cantautore” è sempre sembrata persino riduttiva. Guccini è stato poeta, scrittore, narratore, osservatore della società e soprattutto un uomo capace di trasformare la propria esperienza in qualcosa che appartenesse a tutti.

Scegliere cinque canzoni dal suo repertorio è, naturalmente, un esercizio quasi impossibile. Mancano La locomotiva, Canzone per un’amica, Auschwitz, Incontro, Autogrill, Eskimo, L’Avvelenata, Il vecchio e il bambino, Canzone delle osterie di fuori porta e almeno altre dieci.

Ma una classifica non deve necessariamente essere definitiva. Può essere personale. E queste sono le cinque canzoni che, più di altre, raccontano il Guccini che vorrei ricordare.


1. Cirano

Partiamo da quella che, probabilmente, considero la più straordinaria.

Cirano, pubblicata nel 1996 nell’album D’amore, di morte e di altre sciocchezze, nasce dalla collaborazione tra Guccini, Beppe Dati e Giancarlo Bigazzi ed è liberamente ispirata al celebre personaggio di Edmond Rostand.

La storia è quella che conosciamo: Cyrano de Bergerac, uomo brillante e coltissimo, poeta e spadaccino dal naso enorme, innamorato della bella Rossana ma convinto di non poter essere amato per il proprio aspetto. Aiuta allora Cristiano a conquistare Rossana prestando alla sua bellezza le proprie parole. Alla fine, però, sarà proprio la sua incapacità di dichiararsi apertamente a condannarlo alla solitudine.

Guccini prende quella storia e la trasforma in qualcosa di molto più grande.

Cirano è un’invettiva contro il conformismo, l’opportunismo, l’ipocrisia e quella società dei “nasi corti” che il protagonista guarda con disprezzo. La struttura stessa è particolare: una strofa, un ritornello e poi quello che potremmo definire uno special, nel quale il ritmo rallenta e l’invettiva lascia progressivamente spazio alla malinconia. Le prime due parti sono di una spietatezza meravigliosa. Guccini attacca poeti, cantanti, conformisti, preti, materialisti, tutti coloro che hanno fatto del successo o delle proprie certezze una ragione di vita. E sembra quasi impossibile non pensare a quanto siano ancora attuali parole come:

«Godetevi il successo, godete finché dura / Che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura»

Poi tutto cambia.

Il ritmo rallenta e Cirano rimane solo con il proprio naso, la propria rabbia e soprattutto la propria impossibilità di vivere l’amore. È qui che la musica di Bigazzi, con quella progressione armonica così efficace, accompagna la trasformazione del personaggio: l’uomo aggressivo, sarcastico e invincibile diventa improvvisamente fragile. E allora arriva la frase che forse racchiude tutto il senso della canzone:

«A parlarle non riesco, le parlerò coi versi».

È la dichiarazione di poetica di Guccini stesso. Quando non si riesce a dire qualcosa nella vita, si può provare a scriverla. E infine la speranza:

«Dev’esserci, lo sento, in cielo o in terra un posto / dove non soffriremo e tutto sarà giusto».

È il momento in cui Cirano smette di essere soltanto Cirano. Diventa Guccini. Diventa l’artista che cerca, attraverso le parole, un posto nel quale il mondo possa finalmente avere un senso.


2. Vorrei

Se Cirano è il Guccini che combatte contro il mondo, Vorrei è quello che si arrende all’amore.

È una delle più belle canzoni d’amore della musica italiana e, forse, una delle più ricercate mai scritte da Guccini. Pubblicata nel 1996, è dedicata a Raffaella Zuccari, la sua compagna e poi moglie. La cosa straordinaria è che non è una semplice dichiarazione d’amore. Guccini non si limita a dire “ti amo”. Immagina di poter conoscere tutto ciò che appartiene alla persona amata: il suo paese, le sue strade, gli odori della sua terra, le persone che conosce, i luoghi che ha attraversato.

È un amore curioso, quasi geografico.

Guccini vuole entrare nel mondo dell’altra persona per comprenderla completamente. Vuole viaggiare con lei, tornare nei luoghi che ha già visto e guardarli nuovamente attraverso i suoi occhi. E poi c’è quella consapevolezza meravigliosamente semplice: quando lei non c’è, lui non è più davvero se stesso. Vorrei è una canzone dolce senza essere sdolcinata, sentimentale senza diventare retorica. È Guccini che mette da parte l’ironia, la politica, la rabbia e perfino il personaggio del “Maestrone” per dire una cosa molto semplice: amare significa anche voler conoscere il mondo dell’altro.

E forse è proprio questa la sua grandezza.


3. Quattro stracci

Questa è una canzone che, più che raccontare soltanto la fine di una relazione, racconta benissimo cosa significhi essere Guccini. O per meglio dire cosa significhi essere un cantautore.vQuattro stracci è il racconto amaro della fine di un amore, ma dentro ci sono anche l’autocritica, la malinconia e quella particolare figura dell’artista che Guccini ha spesso raccontato: l’uomo che non riesce a stare completamente dentro la normalità.

«La noia data da uno non pratico / che non ha il polso di un matematico»,

scrive, fino a descrivere quel

«tipo perso dietro le nuvole e la poesia».

È una definizione perfetta dell’artista.

Perché il dramma di chi ha un’esigenza creativa è anche questo: guardare fuori dalla finestra e non rispondere a una domanda non significa necessariamente non stare facendo nulla. A volte significa essere completamente immersi in qualcosa che gli altri non vedono. L’artista può sembrare distratto, inconcludente, inadatto alla vita pratica. Può essere quello che non sa guidare, che perde tempo, che vive dietro le nuvole. Ma magari, mentre tutti pensano che non stia facendo niente, sta scrivendo una canzone.

E Guccini conosceva perfettamente questa contraddizione.

Quattro stracci è quindi anche un autoritratto: quello di un uomo che sa di essere difficile da vivere, che riconosce i propri difetti e che, nel momento stesso in cui racconta la fine di una storia, racconta anche il prezzo che talvolta comporta scegliere la poesia.


4. Dio è morto

Nel 1965 Guccini scrive Dio è morto, uno dei brani destinati a diventare simbolo della sua prima stagione artistica e della canzone di protesta italiana.

La storia del brano è quasi paradossale.

La Rai lo censurò ritenendolo blasfemo, mentre Radio Vaticana lo trasmise. E Paolo VI arrivò, secondo le ricostruzioni dell’epoca, a definirlo un esempio positivo di esortazione alla pace e a principi morali. Il paradosso è perfetto: una canzone che dice “Dio è morto” viene ritenuta blasfema da una parte e compresa invece nel suo significato profondo dall’altra.

Perché Guccini non sta celebrando la morte di Dio. Sta raccontando la morte di un certo mondo. Un mondo fatto di conformismo, consumismo, ipocrisia, carriera, odio, guerre e valori svuotati. E lo fa parlando a una generazione che non vuole più accettare passivamente ciò che le viene consegnato. Ed è qui che Dio è morto rimane terribilmente contemporanea. Perché cambiano le automobili, cambiano i mezzi di comunicazione, cambiano le mode e cambiano le parole con cui descriviamo il presente. Ma il disagio di una generazione che non si riconosce nella società che ha ereditato è ancora lì.

E poi c’è un secondo motivo per cui questa canzone merita di stare qui: i Nomadi.

La storia di Guccini è inseparabile da quella collaborazione. Dio è morto fu portata al successo proprio dai Nomadi, che la incisero nel 1967. È una delle più grandi amicizie artistiche della musica italiana. Guccini scriveva, i Nomadi suonavano e cantavano, e insieme costruirono una parte fondamentale della storia della canzone italiana.


5. Via Paolo Fabbri 43

E infine quella che, stranamente, mi colpì quando ero bambino. Non saprei nemmeno spiegare perché.

Via Paolo Fabbri 43 è un monologo notturno, ironico e surreale ambientato nella Bologna di Guccini. È una canzone che sembra quasi una passeggiata dentro la sua testa: amici, poeti, intellettuali, musicisti, ubriachi, libri, Bach, Borges, periferie, autobus, locali e personaggi che entrano ed escono continuamente dalla scena. È anche una straordinaria dichiarazione d’amore per la provincia e per una vita lontana dalle pose del jet-set. Guccini prende in giro i critici musicali, gli intellettuali che parlano di strutturalismo e persino se stesso. E prende affettuosamente in giro anche alcuni colleghi cantautori, attraverso i personaggi femminili delle loro canzoni: Lilly per Antonello Venditti, Alice per Francesco De Gregori e Marinella per Fabrizio De André.

Non è cattiveria. È gucciniana ironia.

E qui torna anche il rapporto con il mondo del cantautorato che esploderà ne L’Avvelenata, con quel celebre attacco ai «colleghi cantautori, eletta schiera» e la stoccata finale a chi trasforma la musica in mestiere, successo e denaro.

Ma Via Paolo Fabbri 43 è soprattutto altro.

È Guccini che racconta se stesso mentre torna a casa. È il cantautore che avrebbe potuto costruirsi un personaggio da grande poeta e invece preferisce raccontarsi come un “giullare” nella propria casa bolognese. E forse è proprio questo il Guccini che ho sempre amato di più: quello capace di essere enorme senza prendersi troppo sul serio. Un grande esempio in tal senso è anche la canzone/monologo I Fichi, sempre da D’amore, di morte e di altre sciocchezze.


Mancherà

Cinque canzoni, dunque. Cinque Guccini diversi.

Il combattente di Cirano. L’innamorato di Vorrei. L’uomo ferito e artista di Quattro stracci. Il cantautore civile di Dio è morto. E infine il Guccini ironico, provinciale, bolognese e profondamente umano di Via Paolo Fabbri 43.

Naturalmente non sono “le cinque migliori” in senso assoluto. Sono cinque canzoni attraverso cui, oggi, mi viene voglia di salutare Francesco Guccini.

Perché un artista come lui non se ne va davvero quando muore.

Rimane nelle parole che abbiamo imparato a memoria, nelle discussioni davanti a un bicchiere di vino, nelle chitarre suonate male tra amici, nei libri consumati, nelle notti passate ad ascoltare una voce roca mentre fuori non succede apparentemente nulla.

E soprattutto rimane in quella cosa che Guccini ha saputo fare meglio di quasi chiunque altro: trasformare la propria vita in parole nelle quali, prima o poi, finiamo per riconoscerci tutti.

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