Dalla televisione di massa all’algoritmo: perché liquidare YouTube come “spazzatura” è un errore teorico prima ancora che culturale
Ogni volta che si afferma che YouTube è cultura, la reazione è quasi sempre la stessa: un sorriso ironico, un’alzata di spalle, un “sì, ma lì c’è solo spazzatura”. È un riflesso condizionato, non un’argomentazione. Un automatismo che dice molto di chi lo attiva e poco del mezzo di cui si sta parlando.
YouTube è cultura. Non perché “a volte” ospiti contenuti validi, ma perché è un ambiente culturale strutturato, nel quale si producono, circolano e si trasformano linguaggi, saperi, narrazioni. Negarlo significa adottare una definizione di cultura talmente ristretta da risultare inutilizzabile per comprendere il presente.
Che su YouTube esista una quantità enorme di contenuti scadenti è vero. Ma è anche irrilevante. La spazzatura non delegittima un mezzo: lo accompagna. È sempre stato così.
Il falso scandalo della “spazzatura”
L’idea secondo cui la presenza di contenuti mediocri invalidi un intero sistema culturale è una scorciatoia intellettuale. Se fosse vera, dovremmo espellere dalla sfera culturale la televisione, l’editoria, il cinema commerciale, la musica popolare. E invece non lo facciamo, perché abbiamo imparato – almeno in teoria – a distinguere.
La verità è che YouTube viene giudicata con un metro diverso. Alla televisione è sempre stato concesso il diritto di essere contraddittoria: colta e trash, educativa e volgare, sperimentale e regressiva. A YouTube no. A YouTube si chiede di giustificare la propria esistenza, come se fosse un intruso.
Eppure la struttura è la stessa: un contenitore enorme, generalista, attraversato da logiche industriali ma anche da sacche di resistenza, di qualità, di sperimentazione.
YouTube come televisione diffusa
YouTube è, a tutti gli effetti, la televisione del XXI secolo, con una differenza decisiva: non ha un centro di comando unico. Non ha un palinsesto rigido, non ha un direttore editoriale, non ha orari imposti. È una televisione diffusa, asincrona, frammentata, nella quale il pubblico non è più solo spettatore ma anche produttore.
Questo non la rende automaticamente migliore, ma la rende diversa. E la differenza principale è il rapporto con il tempo: il contenuto non passa e scompare, ma resta. Può essere visto subito o anni dopo, recuperato, riletto, reinterpretato. La fruizione non è più lineare, ma modulare.
Chi continua a giudicare YouTube come se fosse un contenitore caotico e infantile sta semplicemente applicando categorie vecchie a un mezzo nuovo. È lo stesso errore che veniva fatto con la televisione negli anni Cinquanta.
Mainstream e underground: la differenza decisiva
Qui YouTube mostra una caratteristica che la televisione ha sempre avuto solo in parte: la visibilità dell’underground. Non è vero che tutto è algoritmo e sponsorizzazione. Esistono canali enormi, certo. Ma esistono anche canali medi e piccoli, seguiti da poche decine di migliaia di persone, completamente fuori dai grandi circuiti commerciali.
Numeri che per la TV sarebbero insignificanti, ma che per un discorso culturale sono enormi. Diecimila persone che seguono un canale di storia dell’arte, di filosofia, di musica, non sono un fallimento: sono una comunità. Un pubblico reale, attivo, consapevole.
Questo sistema stratificato – mainstream, fascia intermedia, underground – è tipico di un campo culturale maturo, non di un giocattolo per ragazzini.
Il mito dell’utente passivo
Un’altra accusa frequente è quella della passività. Ma è un’accusa fuori tempo massimo. L’utente di YouTube sceglie, cerca, seleziona, commenta, risponde, produce. Non è un consumatore inerme davanti a un flusso imposto. Può esserlo, certo. Ma può anche non esserlo. E questa possibilità fa tutta la differenza.
Il problema non è il mezzo, ma l’uso che se ne fa. E accusare il mezzo serve solo a non assumersi la responsabilità della scelta.
Un mezzo che cambia, come è sempre successo
Infine, un dato storico elementare: YouTube è cambiata, e sta cambiando. In oltre vent’anni di vita ha attraversato fasi diverse, ha modificato linguaggi, formati, logiche produttive. Esattamente come la televisione nei suoi primi decenni.
L’arrivo di TikTok ha accelerato il discorso sugli short, i video brevissimi, spesso sotto il minuto. Un cambiamento profondo nel modo di consumare contenuti. YouTube non è rimasta ferma: ha integrato questo formato, senza eliminare quelli lunghi, complessi, articolati. È una trasformazione in corso, non una deriva.
La storia si ripete
Come la televisione agli esordi, anche YouTube è stata guardata con sospetto, disprezzo, paternalismo. Come la televisione, è stata accusata di abbassare il livello, di corrompere il gusto, di produrre massa informe. E come la televisione, col tempo, ha dimostrato di essere molto più complessa.
YouTube, in oltre vent’anni, è cambiata e sta cambiando. Chi continua a giudicarla come un blocco unico, immobile e degradato, non sta facendo critica culturale. Sta semplicemente rifiutando di capire il presente.