Cinema e Spettacolo

Harry Potter: un viaggio nel mito (parte 1)

Da La Pietra Filosofale a Il Calice di Fuoco. Gli esordi e la consolidazione di Harry Potter, che nel bene e nel male, ha segnato un epoca.

Di Tommaso Stefanini

Il tema è scottante e, come sempre accade quando si tocca un’icona pop, i talebani
spuntano da ogni parte
. Oggi facciamo chiarezza, e vi dico la mia opinione.
Questa volta ho deciso di dividere il tutto in due parti, perché il primo tentativo di
condensare l’intera saga in un solo articolo è fallito miseramente. Harry Potter
non è solo una saga cinematografica: è un fenomeno generazionale, un’esperienza
collettiva che ha segnato l’immaginario di milioni di spettatori. È un passaggio di
testimone tra la letteratura e il cinema, tra la fantasia di una scrittrice britannica e
l’industria hollywoodiana che ne ha fatto un impero.

Eppure, proprio per questo, è una saga che divide, proprio gli stessi fun. Ci sono i puristi dei libri, che trovano nei film solo un’ombra annacquata dell’opera di J.K. Rowling; ci sono i cinefili, che la liquidano come un prodotto commerciale ben confezionato ma non innovativo; e poi ci sono gli spettatori cresciuti con Harry, Ron e Hermione, che nei film vedono un pezzo della propria adolescenza. Io mi pongo nel mezzo. Mi interessa l’analisi filmica, la resa artistica, la qualità della narrazione e della messa in scena. E soprattutto mi interessa capire come e perché questa saga, pur con tutti i suoi difetti, sia diventata una pietra miliare del cinema pop contemporaneo.

Vista della replica del castello di Hogwarts presso gli Universal Studios Japan di Osaka.

I film in generale e i punti di forza

In generale, i film di Harry Potter non sono esaltanti dal punto di vista cinematografico. Ci sono eccezioni, certo, ma non ci troviamo davanti a film che hanno fatto la storia del cinema. Per capirci: Il Signore degli Anelli ha fatto la storia, e non solo per i tredici Oscar portati a casa, ma per l’impatto culturale, visivo e tecnico che ha avuto sull’intera industria. Allo stesso modo, Star Wars ha riscritto le regole del blockbuster moderno. Harry Potter, invece, si colloca in una terra di mezzo: non rivoluziona, ma consolida. È una saga che funziona, ma non innova.

Tuttavia, va riconosciuto che il progetto Harry Potter è stato un’impresa produttiva colossale. Otto film girati nell’arco di dieci anni, con un cast principale che cresce davanti alla macchina da presa, con continuità di ambienti, scenografie e tono narrativo. Pochi franchise possono vantare una coerenza simile, e questo è merito soprattutto della produzione guidata da David Heyman e dell’impegno quasi monastico di J.K. Rowling nel supervisionare l’adattamento.


Le due colonne portanti della saga: scenografie e musiche

Le parti meglio riuscite di tutta la saga sono, senza dubbio, le scenografie e le musiche. Stuart Craig, lo scenografo storico, ha costruito un mondo che sembra uscito da un sogno neogotico inglese: Diagon Alley, Hogwarts, la capanna di Hagrid, il Ministero della Magia… ogni spazio è tangibile, coerente, visivamente magico. È un universo in cui l’occhio dello spettatore si perde, e ogni dettaglio racconta un pezzo di mondo.

E poi le musiche, almeno quelle dei primi film firmate da John Williams. Il suo Hedwig’s Theme è ormai un frammento di memoria collettiva, una sinfonia che evoca immediatamente l’infanzia, la magia e l’avventura. Williams non si limita a comporre una colonna sonora: crea un linguaggio musicale riconoscibile e immortale, come aveva già fatto con Star Wars e Indiana Jones. Anche nei film successivi, quando a firmare le musiche saranno altri (Patrick Doyle, Nicholas Hooper, Alexandre Desplat), quel tema continuerà a risuonare come un richiamo affettivo e identitario.

Harry Potter e la Pietra Filosofale, regia di Chris Columbus, 2001

Probabilmente il più riuscito, superato solo da Il Prigioniero di Azkaban. È il film che definisce il tono iniziale, stabilisce le regole e introduce lo spettatore nel mondo magico. E lo fa con una delicatezza e una meraviglia che ancora oggi funzionano.
Chris Columbus, regista scelto per i primi due capitoli, è un artigiano del cinema per famiglie. Ha all’attivo film come Mamma ho perso l’aereo e Mrs. Doubtfire, e qui porta la sua esperienza nel dirigere bambini e nel creare atmosfere calorose, domestiche, quasi natalizie. La sua regia è lineare, priva di virtuosismi, ma efficace. Punta tutto sull’emozione della scoperta: la lettera di Hogwarts, il primo viaggio sul binario 9¾, la cerimonia dello smistamento, la partita di Quidditch.

L’adattamento del romanzo è tra i più fedeli, quasi pedissequo. E in questo caso è un bene: il primo film doveva convincere i lettori più accaniti, e la Warner non poteva rischiare. Il tono fiabesco è perfettamente riuscito, grazie ai costumi (altro punto a favore della saga), alle scenografie e naturalmente alle musiche. Ogni elemento contribuisce a dare la sensazione che Hogwarts esista davvero.

Il cast adulto è di altissimo livello e getta le basi per tutti i film seguenti. Grande lavoro di casting da parte di Susie Figgis, che collaborò sia con Columbus sia con la Rowling. Richard Harris è un Silente memorabile: dolce, enigmatico, con un’aura quasi biblica. Alan Rickman, nei panni di Piton, è semplicemente perfetto: la sua voce, il suo modo di muoversi, di guardare, sono già leggenda. Robbie Coltrane è un Hagrid gigantesco e affettuoso, e Maggie Smith (McGranitt) incarna la severità british mescolata a ironia e calore.

Il trio di bambini è azzeccatissimo dal punto di vista visivo: Daniel Radcliffe è Harry Potter. Tuttavia, si percepisce subito che il suo talento attoriale non è enorme, mentre Rupert Grint (Ron) ed Emma Watson (Hermione) mostrano già una naturalezza maggiore rispetto al collega. Tom Felton (Draco Malfoy) è impeccabile: ha la cattiveria snob che Rowling aveva descritto con tanta cura.

Le scene di Quidditch sono spettacolari, tra le migliori dell’intera saga, e trasmettono davvero la sensazione del volo e della competizione magica. Anche perché col passare dei film c’è sempre meno tempo per far vedere le partite. Il finale, con lo specchio delle brame e il confronto con Voldemort (nella nuca di Raptor), è forse ingenuo dal punto di vista visivo, ma emotivamente centrato.

Al botteghino è un trionfo: quasi un miliardo di dollari. Un successo clamoroso che consacra la saga e inaugura il nuovo decennio cinematografico. Col senno di poi, La Pietra Filosofale rimane il film più “puro”, quello che meglio cattura lo spirito dei libri iniziali: un mondo incantato in cui il pericolo è ancora lontano e la magia è soprattutto meraviglia.

Harry Potter e la Camera dei Segreti, regia di Chris Columbus, 2002

Pressappoco lo stesso discorso del precedente, ma con un tono leggermente più cupo. La Camera dei Segreti è il ponte tra l’infanzia e l’adolescenza del protagonista. Chris Columbus replica la formula vincente, ma introduce ombre più nette, una tensione più palpabile. Le discrepanze con il libro ci sono, ma non sono gravi. Vengono eliminate sottotrame secondarie (come la festa di Complemorte), e l’adattamento rimane coerente e fluido. Il film riesce a bilanciare bene il mistero e l’avventura, pur dilungandosi un po’ troppo nella parte centrale.

Kenneth Branagh, nei panni di Gilderoy Allock, è una gemma. Carismatico, vanitoso, irresistibilmente comico: uno dei personaggi cinematografici meglio riusciti della saga e, parere personale, l’interpretazione che ho amato di più nella saga. Il suo Allock è un trionfo di vanità controllata: un personaggio ridicolo, ma mai banale; un ciarlatano, ma pieno di sicurezza e teatralità. Branagh riesce a trasformare quello
che, sulla carta, è quasi una macchietta in una figura irresistibile, capace di rubare la scena ogni volta che appare. In un mondo come quello di Harry Potter, dove quasi tutti gli adulti sono tormentati o cupi, lui porta una ventata di leggerezza teatrale, quasi shakespeariana. In fondo, lo si ama perché incarna l’arte del mentire bene. Scusate la lunga dissertazione, ma io letteralmente adoro Allock di Kenneth Branagh.

Jason Isaacs, introdotto come Lucius Malfoy, offre una performance elegantemente crudele, con quella freddezza aristocratica che fa paura più di mille incantesimi. Performance che egli sarà in grado di modificare assieme all’evolversi del personaggio, tutt’altro che banale. Tra le novità, spicca infine il personaggio digitale di Dobby, realizzato con grande cura per l’epoca e perfettamente caratterizzato.
Il film approfondisce il tema del pregiudizio, incarnato nel concetto di “sangue puro”. È qui che la saga comincia a farsi più adulta: dietro la magia c’è una riflessione su potere, razzismo e identità. Le scene di Quidditch restano eccellenti, ma la vera attrazione è la discesa nella Camera dei Segreti, con il Basilisco: sequenza d’azione tesa e visivamente potente.

Con 878 milioni di dollari incassati (il penultimo incasso della saga), il film consolida Harry Potter su grande schermo. È forse meno sorprendente del primo, ma più maturo, più solido, e lascia intravedere l’oscurità che dominerà i capitoli successivi.

Harry Potter e il Prigioniero di Azkaban, regia di Alfonso Cuarón, 2004

Secondo me il migliore in assoluto. Con Alfonso Cuarón al timone, la saga cambia pelle. Il Prigioniero di Azkaban è il primo, e forse unico, film davvero autoriale, con una regia riconoscibile e visibile, un narratore filmico presente e non diluito, un linguaggio visivo moderno e una profondità emotiva inedita.

Finiscono i tempi dell’infanzia dorata: il film è più cupo, più psicologico, più realistico. Cuarón – curando molto la fotografia assieme al direttore Michael Seresin –
introduce un uso magistrale della luce e del colore: toni grigi, verdi e blu sostituiscono la luminosità dei primi due film. Le stagioni cambiano, Hogwarts diventa un luogo vivo, attraversato dal tempo e dal clima. È un mondo che respira.
Per la prima volta i ragazzi indossano abiti civili, segno di crescita e individualità. La macchina da presa si muove liberamente, indugia sui paesaggi, gioca con i riflessi e le prospettive. La narrazione è più frammentata, più dinamica, eppure più intima. Cuarón riesce a trasformare una storia fantasy in un racconto di formazione, dove la magia è anche metafora del trauma e della memoria.

Nel cast si segnalano tre nuovi attori eccezionali: Gary Oldman come Sirius Black, magnetico, ferito, intenso; David Thewlis come Remus Lupin umano e malinconico, una delle figure più empatiche della saga; Timothy Spall come Peter Minus, disgustoso e pittoresco, perfetto nel ruolo del traditore.

Michael Gambon subentra a Richard Harris nel ruolo di Silente. È un cambio inevitabile – vista la morte dello stesso Harris – e complessivamente riuscito, anche se il suo Silente è più pragmatico, meno etereo. Emma Thompson, nei panni della professoressa Cooman, aggiunge una nota grottesca e ironica che alleggerisce la tensione. Si vede poco, come nei libri, ma a discapito di questo non è affatto un personaggio secondario, visto che è lei che pronuncia la profezia che riguarda Harry e Voldemort.

Narrativamente è il più compatto e il più coeso. La gestione del tempo — con il Giratempo di Hermione — è geniale e cinematograficamente resa con eleganza. L’unico difetto, se proprio vogliamo trovarne uno, è che alcuni momenti del libro (come la vittoria della Coppa di Quidditch) sono stati sacrificati, ma tutto sommato sono tagli ancora perdonabili. Niente a che vedere, ad esempio, col suo immediato successore.

Visivamente e concettualmente, è un film superiore. È curioso che sia quello con il minor incasso della saga (circa 800 milioni di dollari), ma forse perché era troppo diverso per il pubblico più giovane, e comunque la cifra è considerevole. Resta, per me, il punto più alto dell’intera epopea.

Harry Potter e il Calice di Fuoco, regia di Mike Newall, 2005

Con Il Calice di Fuoco, la saga entra nella fase dell’adolescenza piena, ma anche dei primi problemi rilevanti, soprattutto nei tagli della trama. Il film è più ambizioso, più spettacolare, ma anche più disomogeneo. Mike Newell, primo regista britannico della serie, adotta un tono più realistico e cupo, anche con un piglio di azione molto marcato. Ma la sceneggiatura di Steve Kloves, costretta a comprimere un romanzo di oltre 600 pagine, taglia troppo. Ne risulta un film in cui accadono moltissime cose, ma spesso senza il tempo di metabolizzarle.

La sequenza iniziale alla Coppa del Mondo di Quidditch è visivamente spettacolare, ma l’attacco dei Mangiamorte è confuso, affrettato, quasi caotico. Il Torneo Tremaghi funziona, ma manca di profondità: la sottotrama di Ludo Bagman scompare (giustamente), ma con essa si perde il senso di continuità con il mondo magico esterno a Hogwarts. Grave l’assenza della confessione di Barty Crouch Jr: un buco narrativo che lascia inspiegata la morte del padre e sminuisce la portata del colpo di scena finale. Inoltre, in questo modo, non si capisce che fine faccia il personaggio, che sappiamo dal romanzo venire baciato da un Dissennatore e dunque ridotto ad un corpo senz’anima.

Ralph Fiennes debutta come Voldemort, e la sua interpretazione è straordinaria: teatrale, ipnotica, quasi serpentina, forse il migliore attore che recita in Harry Potter. La scena del cimitero, con la resurrezione del Signore Oscuro e la morte di Cedric Diggory (interpretato da un dimenticabilissimo Robert Pattinson), è il momento più potente del film: oscuro, violento, senza più tracce della magia infantile dei primi capitoli.

Alcune scelte registiche sono discutibili: il tono adolescenziale, tra balli e gelosie, tende a banalizzare alcuni passaggi e anche interi personaggi (come Neville Paciock ma anche lo stesso Ron Weasley). Al tempo stesso questo stile segna il passaggio di crescita dei protagonisti, Harry ed Hermione in particolar modo. Neville che consegna l’Algabranchia a Harry al posto di Dobby è un dettaglio che infastidisce i puristi, ma serve a dare continuità ai personaggi secondari, visto che lo stesso amico di Harry era stato tagliato nei primi tre film, recitando la parte dello “scemo del villaggio”. Cosa che per quanto riguarda Neville accade anche nei romanzi, ma al cinema questo aspetto viene esasperato fin troppo, al punto che viene quadi da considerarlo un completo imbecille.

Il Calice di Fuoco è il film della trasformazione: la saga abbandona definitivamente l’infanzia e si prepara alla guerra. Nonostante i buchi narrativi, è un film dal grande impatto visivo, con una scena finale che segna una frattura definitiva: “È tornato.” Da qui in poi, nulla sarà più come prima. Terzultimo film come incassi, a pochissima distanza dagli ultimi posti. Non è un dato significativo visto che sono comunque 800 milioni di dollari al botteghino.

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